Una “C” e 4 numeri che hanno significato identità e legame con la città – La #8

di Andrea Scolfaro  – 

La mano mancina, quella del diavolo…

Ci sono episodi, per chi ha tutta una vita da spendere davanti a sé, che rimangono impressi per sempre nella sceneggiatura di un’esistenza. E sono in grado di orientare il nostro destino.

Quando frequentavo le scuole elementari, in classe eravamo in due ad usare la mano sinistra per scrivere. Ed i maestri erano soliti definirla così”.

Oggi, quel bambino è diventato un uomo adulto.

Grazie a quella mano, potente e precisa, ed alla sua attitudine nell’usarla, in passato venne identificato come una vera e propria stella dalla città.

Domenica 20 settembre 2026, quando la sua maglia numero 8 verrà ritirata dall’Hockey Club Bolzano, l’idolo si trasformerà in Leggenda.

Il 28 di questo mese, Rolly Benvenuti festeggerà 76 anni.

In onore di una delle ali sinistre più famose della sua storia, i Foxes la celebreranno in anticipo.

Con una festa che difficilmente l’interessato dimenticherà.

“Un po’ di emozione mi salirà di sicuro – ammette Rolly -, assieme ai ricordi legati agli scudetti strappati al Cortina, ai cinquemila che riempivano il PalaFiera. Che negli anni ‘70, alla vigilia delle partite di cartello, iniziavano a mettersi in fila davanti agli ingressi già alle due del pomeriggio, coi panini e le lattine, e lì aspettavano sei ore almeno prima di entrare. 

Quello era il mio hockey e quella era l’atmosfera che si respirava in via Roma. Lontani anni luce da quelli che si vivono oggi”.

Il numero 8 biancorosso parte come gli era solito fare sul ghiaccio. A manetta.

14 stagioni (dal 1967 al 1981), 6 delle quali vissute da capitano, 4 scudetti, 8 mondiali.

Da dove è nato tutto questo, Rolly?

“Da ragazzino abitavo ai Piani – parte a ricordare -. La pista da pattinaggio, nella famigerata “Zona Siberia”, non era distante da casa. Non avevo un maestro che mi insegnasse a stare sui pattini. Però è il luogo dove io e mio fratello Giancarlo iniziammo. Un giorno, papà Paolo diventò magazziniere del palaghiaccio di via Roma. E da quel momento potemmo usufruire a nostro piacimento della pista presente nello storico Padiglione 1. Aperto al pubblico, pomeriggio e sera”.

Quando eravate adolescenti c’è stato qualcuno che finalmente si è preso cura di voi?

“Sì, il mio idolo, Alfredo Coletti – esclama Benvenuti -. Viveva in Ontario, a Sault St. Marie, ma era marchigiano di prima generazione. Rimase con noi ben sette stagioni. Tanto che si sposò con Ivana Zulian, una bravissima istruttrice di pattinaggio artistico”.

 


Alfredo Coletti e Charlie Longarini qui con la maglia della loro città Soult St. Marie (Toronto).


Arrivato a Bolzano nel 1959, dall’H.C. Milano Inter, grazie alle sue doti di play-maker Coletti contribuì alla conquista del primo scudetto della storia biancorossa, al termine della stagione 1962-‘63. Nei momenti liberi, sia lui che il grande difensore Charly Longarini (anch’egli marchigiano e di Sault St.Marie) si spesero ad insegnare le basi dell’hockey ai ra
gazzi delle giovanili.

“All’epoca – ricorda Rolly – era un privilegio avere due maestri del genere. La squadra era composta prevalentemente da ragazzi di Bolzano. E da uno, massimo due giocatori di scuola estera. Oggi, invece, il team segue la logica del momento ed è imbottito di stranieri. A volte più scarsi dei nostri giocatori. Ed il gioco si è fatto molto più duro e scorretto rispetto al passato”.

Potremmo provare a smentirlo, al pensiero delle battaglie che 50 anni fa si assistevano nei derby con Merano, Brunico e Gardena, o nei big match col Cortina, ma c’è altro da sapere da lui.                                                                                            

Rolly, com’era la città negli anni Sessanta? Quale atmosfera regnava in via Roma?

                                          Giancarlo, papà Paolo e Rolly

“Bolzano era più povera – sottolinea – ma molto più ricca a livello umano. Si respirava un clima più disteso, familiare. Le mamme lasciavano i ragazzi davanti al palazzo del ghiaccio, avevano il tempo per andare al caffè con le amiche o fare la spesa. Via Roma era come una cittadella. C’era tutto. Anche molta unità. All’interno del Palazzo i gruppi linguistici legavano tra loro. Grazie al pattinaggio, le feste, la musica. E lo stesso accadeva anche all’interno dello spogliatoio”.

L’esordio in serie A avviene quando Rolly Benvenuti ha 17 anni appena, nella stagione ‘68-‘69.

Alfredo Coletti e Gerry Hudson (il “Rosso Volante”) avevano da poco lasciato il Bolzano ed il nuovo coach cecoslovacco Bohuslav Rejda chiamò due connazionali come rinforzi stranieri: Frantisek Dum ed Ivo Kalina (che perse la vita in un tragico incidente stradale qualche mese dopo la fine di quella stagione, il 5 maggio del ‘69).

“In quella squadra c’era anche mio fratello Giancarlo – ricorda Benvenuti -. In porta avevamo Robert Gamper, in difesa giostrava un grande interprete del ruolo come Heini Bacher ed io debuttai assieme a Thomas Mair e Martin Innerebner. In quegli anni il campionato fu dominato a lungo dal Cortina (vincitore di ben 14 scudetti tra il 1957 ed il 1975, nda), poi la storia cambiò”.

 

HCB 1968/69 !° anno in prima squadra- Rolly affianco al portiere Robert Gamper.

Se Rolly fornisce l’assist, è consigliabile spedire il disco tra i pali.
La storia voltò pagina il 9 marzo del 1973, nello spareggio di Ortisei tra l’H.C. Bolzano Coca Cola e lo Sportivi Ghiaccio Cortina Doria.
Dopo 16 giornate di regular season, ed 8 di poule scudetto, i due nemici giurati del nostro hockey si ritrovarono appaiati a 39 punti.

“Fu una partita strana – sentenzia il numero 8 -. Andammo in vantaggio con Franco Gallo, poi loro presero il largo con un gol di Alberto Da Rin ed una doppietta di Giovanni Mastel. Nel secondo tempo subimmo anche il 4-1 con Constantini e sul quel risultato andammo al secondo riposo. Il momento in cui persi letteralmente le staffe in spogliatoio”.

Cosa accadde di preciso?

“Nello stanzone – è il racconto di Rolly -, nessuno fiatava, nemmeno Gerry Morin, l’allenatore, o Ander Amonn, il nostro presidente. Li guardai e non potei trattenermi. Cominciai ad urlare addosso a tutti. Cose del tipo: “Ragazzi, cosa sono quelle facce? Avete paura? Entriamo in campo e facciamogli vedere cosa sappiamo fare, forza!”. Thomas Mair, proprio davanti a me in spogliatoio, mi disse di stare zitto e di lasciar parlare chi ne aveva l’autorità. Ciò che accadde dopo è risaputo. Tornammo sul ghiaccio e ribaltammo letteralmente il match!”.

Screenshot

                    Figurina Panini I Campioni dello Sport 1973/74

Jack Siemon, il monumentale portiere cortinese – che per 40 minuti era riuscito a tenere a bada

l’attacco biancorosso – venne travolto nei primi otto del terzo tempo.

Il racconto di Rolly Benvenuti assume ritmi incalzanti:

“Hubert Gasser e Gino Pasqualotto andarono subito a segno, nei primi due minuti di gioco. Gli ampezzani sparirono dal ghiaccio e Raimondo Refatti trovò il gol del pareggio al 4’. L’inerzia del match cambiò radicalmente ma a quel punto emersero le vecchie abitudini dei cortinesi. Che iniziarono a giocare duro ed a commettere falli anche violenti. Paolo Bernardi, Giulio Verocai e Giovanni Mastel diedero vita a numerose provocazioni. Ma noi non cascammo nel solito tranello.

Mantenemmo calma e concentrazione e andammo in vantaggio all’ottavo minuto, proprio su una mia rete”.

1973 con il presidente Ander Amonn

La metà abbondante del pubblico di parte biancorossa, che lasciò lo stadio di Ortisei al termine del secondo tempo, non poté immaginare un epilogo del genere. Ma i giochi non erano ancora decisi sul ghiaccio. Ed i regolamenti dei conti non si erano esauriti del tutto.

“C’era ancora qualcuno in cerca di vendette personali, come Alberto Da Rin – prosegue l’ex attaccante biancorosso -. Andammo insieme ad un ingaggio. Lui non guardò nemmeno il disco e mi colpì brutalmente allo stomaco con la punta della spatola. Uno spearing da espulsione diretta. Gli arbitri, spesso in soggezione davanti alle scorrettezze dei cortinesi, preferirono lasciar proseguire il gioco”.

Il rischio più serio, Jack Siemon lo corse nei minuti finali. Quando Rolly Benvenuti andò vicinissimo a realizzare il sesto gol del Bolzano.

“Mi arrivò il disco sulla linea blu, non ci pensai due volte e sparai una bordata verso la porta. Ovviamente di sinistro. Siemon venne quasi colpito alla testa dal puck. Il quale, centrò la traversa uscendo oltre le recinzioni. Quando il portiere si riprese dallo spavento mi urlò : “Sei pazzo!”.

Quello di Ortisei fu il secondo scudetto conquistato dal Bolzano, in modo alquanto rocambolesco.

Al loro ritorno a Bolzano, ad attendere i giocatori ci furono non meno di duemila persone, in trepidante attesa davanti al palaghiaccio di via Roma. 

Alberto Da Rin invece, inebetito dallo sconforto, si mise il sacco sulle spalle.

Senza dire una parola, si incamminò lungo la statale che saliva verso Passo Pordoi.

Dopo ore di ricerche, venne recuperato sfinito, dal torpedone cortinese.

Nella sua carriera Rolly Benvenuti ha avuto modo di dividere lo spogliatoio con grandissimi campioni del passato. E, naturalmente, di giocare accanto a fenomenali compagni di linea.

“Nell’estate del 1976 – rammenta Rolly con un sorriso -, accompagnato dalla moglie Gundi Busch, si presentò il nuovo allenatore svedese del Bolzano: Gösta Johansson, detto Lile-Lule. Gerry Morin e Ronnie Roberts avevano svuotato lo stipetto ed il loro posto venne preso da due nazionali jugoslavi: i fratelli Gorazd (a sinistra) e Rudi Hiti (a destra) . Il coach mi mise proprio nel loro blocco d’attacco, scelta che mi diede parecchio gusto. In transizione, colpivamo gli avversari sempre allo stesso modo. Rudi creava gioco, scaricava il disco al sottoscritto perché lo servissi a Gorazd, lanciato a rete”.

Qualcosa in allenamento però, non funzionava…

“Esatto! – sbotta Benvenuti -. Avendoci visto pattinare, la moglie del coach (campionessa europea di pattinaggio artistico, nda) pretese di correggere la nostra tecnica di pattinaggio. La cosa cominciò a farsi pure imbarazzante. Fino al punto in cui convincemmo Lile-Lule a lasciare la sua consorte a casa”.

Proprio per la grande unità che regnava in spogliatoio, negli anni nacquero molte amicizie importanti tra compagni di squadra.

Nel caso di Rolly, quelli che sul ghiaccio gli guardarono le spalle furono in special modo Raimondo Refatti (che smise nello stesso anno di Benvenuti, nel 1981) e Gino Pasqualotto.

“Gino era il classico amico da avere vicino – ricorda Rolly -. Ti aiutava, ti sosteneva, a volte dovevi  saper contenere la sua baldanza. Ma Gino era Gino. Un uomo dal cuore d’oro”.

Rolly Benvenuti (qui con Renato Brivio – Diavoli Milano), quando decise di chiudere la sua lunga permanenza al Bolzano, scelse di proseguire la carriera a Varese, all’esordio assoluto in serie A, ed a Canazei, nel Fassa.

In seguito, rimase nell’ambiente come commentatore tecnico per la Rai Tivù.

Affiancando un gigante della conduzione sportiva: Stefano Bizzotto.

“Una persona speciale, umile e molto rispettosa con tutti. Un encomiabile professionista, esperto e preparato. Girammo in lungo ed in largo per molti anni. Tra finali di serie A e Campionati Mondiali. Di lui e dei viaggi condivisi conservo davvero un bellissimo ricordo”. 

Domenica 20 settembre, assieme alle altre tre Leggende, anche Benvenuti avrà modo di ripensare al suo passato agonistico. Alla sua amata corsia sinistra, percorsa innumerevoli volte in carriera. Quella stessa che ereditò proprio Martin Pavlu, nel giorno in cui Rolly si congedò definitivamente dall’Hockey Club Bolzano.

Quante mani entusiaste, domenica prossima, vorranno scuotere la mano del diavolo?

 

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