di Andrea Scolfaro –
Un angelo custode. Fedele e protettivo.
“Avrò avuto 8 o 9 anni. Non di più. A fianco del nostro appartamento c’era quello dove viveva Patrizia, la sua futura moglie. Lui arrivava con la sua Renault 5, bello ed elegante. Un giorno mia madre gli disse: “Mio figlio ha deciso di giocare ad hockey”.
“Lo accompagno io!” – rispose perentorio.
Nacque così, d’impulso, una delle carriere più fulgide e rilevanti del nostro hockey. Che non ha avuto necessariamente un singolo attore protagonista. Ma due.
Robert Oberrauch. E Gino Pasqualotto.
Il delfino. Ed il suo mentore. Il ragazzino. E il campione affermato, che si fece carico del suo percorso di crescita.
“Gino era l’immagine dell’altruismo, riflette Robi, pacatamente -. Famoso, amato. Non ha mai perso di vista il prossimo, chi avesse avuto bisogno di lui. Per tutti, lui c’era”.
La sua grandezza, in fin dei conti, risiedeva nelle piccole cose.
Le stesse, che sono invece così importanti per un “cucciolo” d’uomo.
“Fino all’ultima volta che l’ho visto – ricorda Oberrauch – lui mi ha chiamato così”.
Più di 1000 partite complessive, 10 Mondiali, 3 Olimpiadi (Albertville, Lillehammer e Nagano), 8 scudetti, 1 Alpenliga ed 1 Sei Nazioni vinti.
La bacheca di Robert Oberrauch è amorevolmente custodita da mamma Laura, la riconosciuta “signora della moda” a Bolzano.
“Ha trasformato casa in un vero e proprio museo – rivela l’ex capitano biancorosso“.

Oberrauch scelse il numero 4 in onore di Heini Bacher, uno dei difensori più forti ed eleganti che ci siano mai stati a Bolzano. Ma anche perché lo indossava uno dei suoi miti.
“Kevin Lowe – esclama l’interessato -. Quando iniziai la mia avventura in serie A, oltre a lui (6 Stanley Cup vinte e ben 1498 minuti di penalità raccolti in 1254 match in NHL, nda) negli Edmonton Oilers c’erano Wayne Gretzky, Paul Coffey, Mark Messier, Glenn Anderson. Una squadra davvero straordinaria”.
Con quel numero, un pizzico ingombrante, Robi fece per la prima volta il suo ingresso nello spogliatoio dell’Hockey Club Bolzano. Era il 1982 e non aveva ancora 17 anni.

Kevin-Lowe – Photo by Staff file Edmonton Journal
Tra i debuttanti c’erano anche Paolo Casciaro, Mauro Giacomin e Maurizio Scudier. Il capitano era Hubert Gasser e tra i compagni di squadra risaltavano due top: Ron Chipperfield e John Bellio.
“Il coach era proprio Jaroslav Pavlu, il tecnico che incontrai la prima volta che misi i pattini – ricorda “Obi” -. Quando John Bellio si ruppe il gomito e rimase fuori squadra per due mesi, Jarda mi guardò e disse soltanto: Vai! Tocca a te!”.
La chioma bionda e fluente celata sotto il casco, il volto nascosto dalla maschera protettiva, con la sua personalità Robert stupì subito la piazza. Accanto a lui, Gino Pasqualotto, Norbert Gasser e Manfred Gatscher non lo persero mai di vista, supportandolo a seconda delle circostanze. Ma il ragazzo ci sapeva fare. Eccome.
Quando nel 1983 arrivò a Bolzano Jim Corsi, al posto di Giorgio Tigliani, vi fu un avvicendamento anche sul pancone biancorosso.
Jaroslav Pavlu venne sostituito dal “Tiger”, il coach germanico Toni Waldmann. “Masticando lo spagnolo – racconta divertito Oberrauch – cercò di farsi capire dal gruppo. In realtà, ci accorgemmo tutti che il vero boss dello spogliatoio era diventato Ron Chipperfield,” Limitato da evidenti problemi fisici, l’ex capitano degli Oilers spese a Bolzano uno degli switch più importanti della sua carriera. Che lo trasformò in uno dei manager più brillanti di tutto l’ambiente. Anche Robert Oberrauch cominciò gradualmente a non portare più sulle sue spalle i sacchi delle celebrità, allontanandosi gradualmente anche dal famigerato “Condominio Venezia”, ovvero i posti dello spogliatoio riservati alle matricole. Quelli a ridosso delle docce, costantemente allagati.


“Dopo aver conquistato i primi tre scudetti – ci racconta – nel 1985 ebbi l’opportunità di trasferirmi in Nord America, nella West Coast. Per uno junior la Western Hockey League è un’esperienza molto dura, le trasferte sono lunghissime ed il gioco molto fisico. Indossai le maglie dei Kamloops Blazers, dei Seattle Thunderbirds e dei Moose Jaw Warriors. Alla fine, venni notato dai San Diego Gulls, franchigia di AHL. Ma preferii tornare in Europa”.
Al suo rientro, Bob Oberrauch trovò una sorpresa ad attenderlo nello spogliatoio: Lucio Topatigh.
“Sono legato a Lucio da un rapporto di amicizia molto importante – ammette Robert -. Abbiamo condiviso le camere d’hotel in tutte le lunghe trasferte del Bolzano e della Nazionale. E sono stato suo testimone di nozze. Una vita spesa al suo fianco, fuori e dentro i palazzi del ghiaccio. Un uomo mite, molto tranquillo, legato alla sua famiglia ed al suo lavoro. Che però si trasformava quando indossava la maglia da hockey. Dava tutto in partita. Un vincente, talentuoso e determinato”.
Nell’aprile del 2010, la FISG certificò quello che, secondo gli esperti, poteva considerarsi come il sestetto italiano più forte di tutti i tempi.
Mike Rosati tra i pali, Armin Helfer e Robert Oberrauch nel blocco difensivo, Lucio Topatigh, Rolly Ramoser e Mario Chitarroni nel terzetto d’attacco. Secondo te, manca qualcuno Robi?”.
“In qualsiasi squadra, rigorosamente in prima linea d’attacco – commenta Oberrauch -, all’ala vedrei solo Martin Pavlu e Lucio Topatigh
. Come centro piazzerei sempre Chip. Ed in difesa non dovrebbe mai mancare Bob Manno”.
Sul “Lupo” di Niagara Falls, l’ex biancorosso ha un aneddoto illuminante:
“Manno amava dare suggerimenti tecnici importanti. Una volta mi disse: quando sei dentro la partita, se sei veramente concentrato, devi sentire solo il rumore dei pattini in mezzo alla confusione che hai attorno”.
Un altro capitolo fondamentale della carriera di Robert Oberrauch (ma non solo della sua) coincise nel 1987 con l’arrivo a Bolzano di due straordinari interpreti, dallo stile diametralmente opposto.
Kent Nilsson e Mark Pavelich.
“Nilsson ebbe l’intelligenza e la lungimiranza di adattarsi al nostro livello – sentenzia Robi -. Fu un giocatore sostanzialmente straordinario, nettamente superiore a qualsiasi altro giocatore della Serie A. Pavelich invece era il leader silenzioso, quello che aveva una marcia in più. Con loro due sul ghiaccio ci considerammo invincibili, anche nelle circostanze piu complicate”.
A tal proposito, in molti ricorderanno, l’incredibile ribaltone che avvenne al PalaFiera durante le feste natalizie. Quando il Merano si trovò avanti 10-5 al termine del secondo periodo. Fuori uno spento Mike Zanier. Dentro Gianni Spoletti.
Il “Cobra” sventò subito due breakaway di Gates Orlando. Nilsson e Pavelich fecero ripartire il motore biancorosso. E Pavlu andò a nozze in fase realizzativa. Morale: 12-10 Bolzano, grazie ad un fragoroso parziale conclusivo di 7-0.
Una delle imprese più rilevanti della storia biancorossa.
Per motivi di studio, nel 1989 Robert lasciò l’Hockey Club Bolzano. E si stabilì a Milano. Sul mercato, Bolzano e Devils operarono il famoso scambio tra lo stesso Oberrauch ed il portiere Roberto Romano, reduce da cinque stagioni in NHL, nei Pittsburgh Penguins.
“Quella di Milano – ricorda “Obi” – fu un’esperienza senza dubbio positiva. Oltre al calcio, la polisportiva Mediolanum comprese hockey, rugby, volley e baseball. Il fiore all’occhiello fu realmente l’organizzazione. Quando ebbi modo di conoscere Silvio Berlusconi, un uomo ed un politico che ho ammirato molto, e che ammiro tuttora, mi sorprese la quantità di informazioni che aveva preso sul mio conto. Negli uffici dell’azienda, a Milano 2, feci parecchia anticamera prima di discutere con Fabio Capello le clausole del mio contratto. Quando finalmente la porta si spalancò, uscì nientemeno che Marco Van Basten”.
Il tuo rientro a Bolzano coincise con una netta svolta epocale del campionato di serie A. Per quattro stagioni lo scudetto se lo contesero Milano e Devils. A partire dal 1991, l’anno del contestato gol di Rick Bragnalo in quel 3-3 al Forum che vi costò il campionato.
“Ricordo che quella partita la preparammo bene – sottolinea Oberrauch -. In squadra avevamo Topatigh, Pavlu, Orlando, Flockhart, Zarrillo, Besic. Era il primo anno di Mike Rosati ed in quella stagione si aggiunse anche Perry John Turnbull. Loro potevano permettersi John Vecchiarelli e John Chabot in terza linea. Poi arrivò il gol decisivo di Bragnalo, che fa ancora discutere. Più bravi loro di noi? Sì, ma di poco…”.
A livello personale, la stagione ‘92-‘93 riveste un momento molto importante per te. Perché il tuo mentore, Gino Pasqualotto, ti
conferisce i suoi gradi di capitano. Da quel momento diventi “The Chief”, il capo. Per il club invece è l’anno di una deriva altrettanto determinante. Perchè a Bolzano, dal CSKA Mosca, arrivano Sergej Vostrikov e Igor Maslennikov.
“Sergej ed Igor – rimarca Robert Oberrauch – sono stati la nostra fortuna per sette lunghi anni. Erano professionisti seri e scrupolosi, curavano il loro fisico in allenamento in modo maniacale, dei fuoriclasse, che non ci stavano mai a perdere. Nemmeno nelle partitelle di calcetto che anticipavano l’allenamento o la partita”.
Sette anni a Bolzano. A voler rimarcare la fiducia nel progetto ed il clima di accoglienza nei loro confronti. Poi, si sa, nella vita tutto finisce.
Quando arriva il 1994, l’anno in cui Bob Manno subentra a Ron Ivany – rubandogli la scena e guadagnandosi il rispetto da pubblico, giocatori e dirigenti, grazie alle vittorie in campionato e nel Sei Nazioni – la città ed il club vivono un momento di euforia collettiva quando a fine novembre giunge in città la stella Jaromir Jagr. A riguardo, l’opinione di “The Chief” affonda le sue radici su di un piano in controtendenza. “Parlando di Jagr – è la teoria di Oberrauch – giusto elevarlo ai livelli di Gretzky o Messier. Ha riscritto la storia dell’hockey. Ma a Bolzano rimase comunque soltanto per nove giorni. Personalmente sono piu affezionato a Sergej ed Igor. Ad altri compagni di squadra come Chip, Bruno, Gates, Martin e così via”.
Chiudi con la serie A nel 1998, con il tuo ottavo ed ultimo scudetto. Dall’altra parte dell’oceano, anche Kevin Lowe pone fine ad una straordinaria carriera. Curiosa similitudine… “Non lo sapevo – ammette Robert -. Ho smesso ufficialmente con l’hockey giocato dopo i Mondiali di Zurigo di quell’anno”.
Apriamo quindi il capitolo della Nazionale. Per lui, in maglia azzurra: 187 match, 8 gol e 32 assist. Tre Olimpiadi e dieci Mondiali (6 di gruppo A, 4 di B).
“Sono stati anni stupendi – ammette Oberrauch -. Quando Bryan Lefley prese in mano la squadra riuscì ad elevarla dallo “Spaghetti-Hockey” che eravamo ad un rendimento elevatissimo. Il gruppo era solido e coeso. Tutti remavano nella stessa direzione. C’era un’unità anche difficile da spiegare. Eravamo stabilmente nel gruppo A e facevamo tremare i top-team”.
Un esempio?
“Quella volta che pareggiammo 2-2 con la Russia. Loro segnarono il gol del pareggio in netto fuorigioco. Le immagini sul maxi-schermo erano inequivocabili. In qualità di capitano mi avvicinai agli arbitri e dialogai a lungo. Il capo-arbitro non poté fare altro che convalidare il pareggio. Non avendo alcuna facoltà di annullare la rete sulla base del replay. Provai ad insistere: “A noi, quando ci ricapiterà un’occasione del genere con la Russia?”. Ma non ci fu nulla da fare”.
Tra le esperienze al di fuori dall’hockey giocato Robert può vantare anche quella di allenatore.
Nel 2001-‘02 subentrò a Tom Coolen prima dei playoff. Lui fuggì da Bolzano con la scusa della figlia malata. In realtà fu convinto a raggiungere Paul Theriault a Vipiteno. Episodio surreale.
Nel suo curriculum “The Chief” ha pure due capitoli da vicepresidente. Ad inizio anni 2000 e nel periodo 2008-2010.
“Nel 2008, vincemmo il titolo con la coppia Jamie Dumont-Jari Helle sul pancone.
L’evento riaprì la sfida fra me e Gino su chi vantasse più scudetti (10 – 9 in favore di Gino nda). Lui non volle saperne e mi disse: ricordati che il titolo da vicepresidente non vale…
Robert, ha dato di più Oberrauch all’hockey o viceversa? “Sicuramente viceversa…”.
Domenica prossima la tua maglia affiancherà quella di Gino. “E chi l’avrebbe mai detto?”


