di Andrea Scolfaro
Bolzano, anni Sessanta.
La domenica, per tradizione, era uno di quei momenti in cui un padre di famiglia aveva finalmente il tempo di dedicarsi ai propri cari.
Faceva colazione assieme a moglie e figli, un po’ di attività ludica con i più piccoli, poi salivano tutti assieme in auto, se l’avevano. Per una gita di qualche ora, fuori porta.
quei tempi, i quartieri periferici della città confinavano con l’aperta campagna.
Dopo l’incrocio con Corso Italia, e fino al bivio di Merano, viale Druso era delimitato, sui due lati dello stradone, da interminabili file di platani.
Viale Europa, assieme al suo quartiere, sarebbero sorti solamente una decina d’anni dopo.
Dove oggi ci sono via Sorrento e le “Max Valier”, il grande complesso scolastico, sessant’anni fa c’era solo via Stradella dei Prati a dividere in due quel rigoglioso verde naturale.
Caliamo in questo contesto la quarta ed ultima Legend che celebreranno domani.
E lasciamo che sia Lei a raccontarci la sua storia. Dal principio.
con il fratello Norbert
“A casa eravamo in cinque: mio padre Franz, mamma Julie ed i miei fratelli. Il maggiore Georg ed il più piccolo, Norbert. Eravamo molto uniti e vivevamo nel maso di famiglia. D’inverno ghiacciava tutto e noi potevamo scatenarci davanti casa, giocando su un piccolo campetto preparato da nostro papà. Un giorno, arrivò un regalo inatteso: i primi pattini da ghiaccio della nostra vita”.
Davanti ad un caffè sorseggiato con calma, Hubert Gasser sfoglia pagine del suo ambito familiare con una delicatezza che solo i creativi sanno gestire con maestria.
Il prossimo 16 novembre compirà 73 anni, ma lui è ancora uno stilista in piena attività nel mondo della moda (“un hobby”, come lo definisce), abbracciato dopo aver chiuso con l’hockey giocato.
“Avevo solo 3 anni – ricorda “Hubi”, divertito -. Mia madre era una bravissima sarta. La persona che mi ha trasmesso l’amore per questa forma d’arte. Iniziò a coinvolgermi nei suoi mestieri. Facendomi scegliere i colori dei tessuti da utilizzare nelle sue creazioni”.
Nonostante due avviati negozi in piazza Walther, una “rete vendita” ed un mercato in costante espansione, l’ex capitano dell’Hockey Club Bolzano trova ancora oggi il tempo per dedicarsi all’attività fisica. Come dimostra il suo invidiabile aspetto.
Ma ritorniamo in via Stradella dei Prati.
“Fin da piccoli – ammette Gasser – il senso della competizione e la ricerca del risultato ci ha sempre animati. Su quel campetto ghiacciato i nostri erano incontri anche immaginari, ma molto combattuti. Nessuno ci stava a perdere”.
Papà Franz e mamma Julie hanno seguito da vicino le vostre carriere?
“Sì, visto l’approccio con tecnici e giocatori stranieri mio padre era solito consigliarci: più lingue sapete, più il vostro compito sarà agevole. Per contro, la critica più severa arrivava sempre da nostra madre. Papà arrivò a soprannominarla “Tarasova”, in ossequio al padre dell’hockey sovietico: il grande Anatolij Tarasov”.
Il primo club dove Georg, Hubert e Norbert Gasser sfogarono il loro acerbo agonismo è il “Mickey Mouse”, un piccolo settore giovanile dove avvenne l’incontro fatale con Paul Menghin, uno dei pionieri dell’hockey giovanile a Bolzano. Colui che, nel 1984, contribuì alla fondazione dell’Ev Bozen, attraverso la fusione con altre tre società locali: Sv Gries, Hc Rencio ed Hc Jugendclub.
“Ci allenavamo in piccoli spazi – rammenta Hubert – avevamo poco materiale a disposizione. Ma ci sosteneva una determinazione davvero significativa. Il talento che ciascuno di noi aveva dentro di sé, un po’ alla volta, venne a galla”.
Quando è il momento di aprire il voluminoso capitolo legato all’Hockey Club Bolzano, facciamo notare ad Hubert di essere nato 9 giorni dopo l’inaugurazione del palaghiaccio di via Roma (avvenuta il 7 novembre del 1953).
“I nostri tifosi li ho sempre considerati come l’uomo in più sul ghiaccio – sospira l’ex biancorosso -. Il clima che respiravamo ogni giorno al padiglione 1 della Fiera era pazzesco, come il tifo incredibile dei 5.000 che riempivano il Palazzo. Di recente, mentre ero in un bar in città, un signore molto anziano ha cominciato a fissarmi. “Lei è Hubert Gasser, vero? La ringrazio per tutte le emozioni che ci ha fatto provare in quegli anni”.
Per un hockeista giovane ed ambizioso, quegli attimi divennero pura fonte d’ispirazione.
“Fin da ragazzo – ammette -, tanto più dal giorno del mio esordio in prima squadra nel 1970, ho inseguito il punto più alto delle mie potenzialità. Avevo solo 17 anni ed il desiderio di essere il migliore, come il mio idolo Bobby Orr. Nella mia testa elaboravo allenamenti in grado di esaltare le mie capacità. Poi, lungo il mio percorso, incontrai Jarda Pavlu e Gerry Morin. Due veri maestri, grazie ai quali ho strutturato il carattere e perfezionato il bagaglio tecnico”.
Qualità che gli hanno permesso di partecipare a ben sette edizioni del Campionato del Mondo (quattro di Gruppo C e tre di B) e di conquistare la bellezza di 8 scudetti (come Norbert) in 15 stagioni, vissute da protagonista all’interno del suo “coetaneo”, il Palazzo di via Roma.
“Mio fratello Georg debuttò in prima squadra un anno prima di me – precisa Hubert -. Nella stagione ‘70-‘71 toccò al sottoscritto e venni collocato in terza linea con Giancarlo Benvenuti ed Hans Gasser, mio omonimo. Norbert invece iniziò la sua avventura in serie A nel 1974 e prese il posto in difesa lasciato libero proprio da Georg, ritiratosi a causa di problemi fisici”.
Quando il forte attaccante cecoslovacco Jiri Dolana lasciò Bolzano, dopo tre stagioni ad altissimi livelli, alla vigilia della stagione ‘72-‘73 lo slot riservato al giocatore di scuola straniera venne ricoperto proprio da Gerry Morin.
Da Milano, arrivò invece Franco Gallo, personaggio di grande carisma, nato a Sesto San Giovanni ma di scuola canadese, avendo speso in Quebec i primi anni della sua carriera.
Il suo punto di forza risiedeva nel pattinaggio ed importò dai catini nordamericani una tecnica difensiva totalmente sconosciuta all’epoca. La celeberrima sdraiata sul ghiaccio, attuata per intercettare con il corpo lo slap-shot avversario.
“Quell’anno debuttò Gino Pasqualotto – sottolinea Hubert Gasser -. Ci ritrovammo insieme a Gerry Morin in prima linea d’attacco, io a destra e lui a sinistra. C’è un aneddoto, tra i tanti, che mi lega a lui. In spogliatoio, il mio spazio era a fianco della porta d’ingresso. Quello di Gino, alla mia destra. Un giorno ci prepariamo per la trasferta ad Auronzo. Ad attenderci, ci sarebbe stata una temperatura di almeno 20° sotto zero. Lui non sarebbe partito con noi. Per errore, misi i suoi pattini nel borsone. Ma io portavo il 44, lui il 42. Non dissi nulla, per non incorrere in una multa dal club”.
La stagione, coincisa con il secondo scudetto biancorosso, registrò al vertice della classifica il perfetto equilibrio tra Cortina e Bolzano.
A romperlo, ci pensò il Merano. Trascinato da un Heini Bacher in stato di grazia. Grazie alle sue giocate, che tracimavano classe ed eleganza, i meranesi si imposero clamorosamente per 4-3 all’Olimpico di Cortina. Togliendo due punti fondamentali agli ampezzani. I quali, guadagnarono lo spareggio battendo in via Roma il Bolzano per 1-0.
Il 9 marzo 1973, ad Ortisei, i biancorossi si imposero miracolosamente nella “bellissima”, ribaltando (con 4 reti nei primi 8 minuti del terzo tempo) il parziale di 4-1 in favore dei cortinesi.
con Thomas Mair

“Domani – dichiara Gasser con deferenza -, dedicherò anche ad Heini Bacher il ritiro della mia maglia numero 19 (che potrà essere indossata da Brad McClure fino a quando il giocatore non terminerà la sua esperienza a Bolzano, nda). Heini era un giocatore straordinario. Quando la rolba non esisteva, ed il ghiaccio veniva pulito con ramazze e palette di legno, la sua pattinata era la sola a non risentire della precarietà delle condizioni della pista”.
Negli anni Settanta, la città di Bolzano ed il suo amato Hockey Club ebbero modo di rivolgere la loro gratitudine nei confronti di uno dei più grandi imprenditori esistiti nella nostra comunità. Che, oltre ad aver generato moltissimi posti di lavoro con le sue aziende, si dedicò con smisurata passione a presiedere il consiglio direttivo HCB, con saggezza e lungimiranza: Ander Amonn.
L’argomento suscita una vampata di emozione nella nostra Legend.
Come testimonia la pelle d’oca risaltante sulle sue braccia.
“Il presidente mi considerò il suo bambino più adulto – sussurra Gasser -. Seguì con particolare attenzione i progressi che ottenni negli studi e nell’hockey. Per tutti noi fu un papà, un appassionato maestro di vita. Dopo lo scudetto del ‘73 regalò ad ogni componente della squadra un orologio Bulova. Con nome e data incisi sul fondello. Fu un grande uomo. Ebbe intuizioni fulminanti. Che lo proiettarono nel futuro”.
Giancarlo Bolognini, sindaco di Bolzano e vicepresidente dell’H.C. Bolzano negli anni della gestione Amonn, definì il club come un “laboratorio spontaneo e permanente di pacifica convivenza tra diversi gruppi etnici”.

Ander Amonn con Gino Camin, Hubert e Gino
Ander Amonn riuscì ad introdurre anche nel mondo dell’hockey le poche ma sentite regole che fecero funzionare per decenni le sue aziende: unità, impegno ed armonia.
In una parola sola: famiglia.
“Quando le cose non funzionavano all’interno dello spogliatoio – ricorda Hubert Gasser – spesso prenotavamo la stube del Baumannhof, a Signato. Lontani da sguardi indiscreti, dissidi ed incomprensioni venivano eliminati alla radice. Anche con toni molto veementi”.
Se il titolare del locale percepiva che l’atmosfera in famiglia si era rasserenata, serviva a tavola le specialità della casa, accompagnate da birra di qualità e vini dell’altopiano
“Rispettare il concetto di famiglia tra noi giocatori – rammenta l’ex capitano biancorosso – fu fondamentale. Il principio alla base delle nostre vittorie e dei titoli vinti. Il gruppo al di sopra di tutto. Oggi si vedono esempi lampanti di quanto siano importanti l’unità è l’affiatamento all’interno dello staff di un atleta. Come nel caso di Jannik Sinner o Kimi Antonelli”.
Per chiudere il doveroso capitolo relativo ad Ander Amonn, il club biancorosso precipitò nell’angoscia quando il suo presidente venne rapito la notte del 18 dicembre 1977, dal famigerato clan dei sudamericani.
“Furono momenti tremendi per noi – ricorda “Hubi”. Qualcuno arrivò ad ingaggiare un sensitivo, allo scopo di capire in quale direzione fosse stato trasportato”.
Dopo due mesi di detenzione forzata, in un fatiscente appartamento di Milano, in cambio di
una cospicua somma di denaro Ander Amonn venne rilasciato dal clan.
In tasca, una somma sufficiente per pagarsi un taxi che lo riportasse a Bolzano.
“Quella sera – ricorda la nostra Legend – il presidente volle comunque raggiungerci dalla “Mutti” a Villabassa, il locale dove ci fermavamo a cenare dopo le trasferte nel Bellunese. Quando lo vedemmo, la sorpresa fu enorme. La gara dopo lo portammo in trionfo in via Roma, passammo sotto le poltroncine rosse, lo caricammo sulle spalle e gli facemmo fare il giro d’onore“.
Hubert Gasser, grande ala destra del passato, prima di diventare stilista di successo chiuse a modo il capitolo della sua vita legato all’hockey giocato.
“Le mie ultime stagioni in biancorosso – ricorda – coincisero con la presenza a Bolzano di Ron Chipperfield. Con lui – sul ghiaccio o in panchina – vincemmo quattro titoli consecutivi. Ed io ebbi anche l’onore di giocare in prima linea con lui e Martin Pavlu. Ritirarmi da campione in carica fu il modo più bello di chiudere la carriera agonistica”.
In quei quattro anni avesti anche modo di giocare in Coppa Europa, contro il CSKA Mosca.
“La notte prima dei match non chiusi mai occhio – ammette Hubert -. Ogni volta che entrai al Palazzo di via Roma per preparami, loro erano già da ore al lavoro sul ghiaccio”.
Due ricordi di quei momenti.
“La sera prima qualcuno del nostro staff ci raccomandò di evitare gli infortuni. Norbert scattò in piedi all’improvviso ed urlò: “Io gioco per vincere, non per farmi male!”. Per quanto mi riguarda, invece, quando mi lanciai sul ghiaccio al mio primo cambio ricevetti da qualcuno una gomitata di benvenuto. Giusto per farmi capire come sarebbero andate le cose”.
Quello successivo è il punto dell’intervista in cui la parola d’ordine diventa “riconoscenza”.
Che l’ala destra dell’H.C. Bolzano Coca Cola si sente in dovere di esternare.
“Se domani potrò festeggiare il ritiro del mio numero 19 – sottolinea la nostra Legend – lo dovrò a Dieter Knoll, ai Foxes Bolzano, a Luca Zanoni, che in prima persona ha fatto moltissimo per noi. È un premio collettivo, che dedico ai miei compagni, a Gerry Morin e Jarda Pavlu, quest’ultimo al mio fianco nei 25 anni trascorsi all’Ev Bozen, il periodo in cui predicammo ai nostri ragazzini di credere sempre in loro stessi, nelle loro capacità”.
Perché: “Chi dà il 100% sul ghiaccio, avrà sempre la coscienza pulita”.
Parola di capitan Gasser.


