Bolzano, una città, una passione.

Quando l’hockey non era ancora una squadra, ma una città che imparava a pattinare

Ci sono città nelle quali lo sport arriva come uno spettacolo. E poi ci sono città nelle quali, lentamente, lo sport diventa parte del carattere della città stessa. Bolzano appartiene alla seconda categoria. Prima ancora dei grandi palazzetti, dei campionati, degli stranieri, degli scudetti, delle coppe, delle trasferte e delle curve, c’erano il freddo, il ghiaccio e la voglia di giocare. E per capire davvero cosa rappresenti oggi l’hockey a Bolzano bisogna tornare a quando non esisteva ancora il ghiaccio artificiale, non c’erano le balaustre moderne, non esistevano i caschi come li conosciamo oggi e una partita poteva dipendere semplicemente da quanto fosse rigido l’inverno.  Perché l’hockey bolzanino non è nato dentro un palazzo. È nato fuori.

Prima del Palaonda, prima di via Roma
La storia dell’hockey a Bolzano comincia nella seconda metà degli anni Venti. Nel gennaio del 1927, l’iniziativa di alcuni appassionati porta l’hockey sul ghiaccio di Costalovara, sul Renon. Nello stesso periodo si cerca uno spazio anche più vicino alla città: viene realizzato un campo nella zona di Campiglio, lontano dal centro e particolarmente favorevole perché durante l’inverno il sole vi arriva poco. Era un altro mondo. Il ghiaccio non si produceva. Si aspettava. La pista poteva essere delimitata da mucchi di neve. Il fondo doveva essere ripulito e lisciato continuamente. Le partite potevano essere condizionate dall’arrivo anticipato della primavera e, soprattutto, dal clima. Le prime cronache raccontano un hockey quasi irriconoscibile rispetto a quello di oggi: pattini da artistico, pochissime protezioni, camicie bianche e persino cravatte, mentre il regolamento conservava ancora elementi mutuati dal rugby. Non era ancora lo sport professionistico. Era una cosa da pionieri. E proprio per questo aveva qualcosa di profondamente bolzanino: bisognava arrangiarsi.

Il ghiaccio entra nella città
Il problema era sempre lo stesso: trovare un luogo abbastanza freddo e abbastanza vicino alla città. Da Campiglio si passa a via Vintola e poi a via Marconi. Ma l’hockey rimane inevitabilmente legato alla stagione invernale. Alla fine si guarda verso la zona dei Piani, in un’area che non a caso viene chiamata “Siberia”. Lì il freddo è un alleato. E il ghiaccio diventa una presenza temporanea della città. È difficile oggi immaginare cosa significasse andare a vedere una partita in quelle condizioni. Non c’erano ancora le comodità moderne: niente maxischermi, niente impianti riscaldati, niente musica sparata dagli altoparlanti. C’erano il freddo, il rumore dei pattini, le stecche, il ghiaccio e le persone ammassate intorno alla pista. Eppure il pubblico arrivava. Nel 1935 una cronaca dell’epoca racconta di 500 persone ammassate attorno al rettangolo ghiacciato per assistere a una partita. Cinquecento persone. Per un hockey ancora giovane. È forse uno dei primi segnali di quella che sarebbe diventata una delle caratteristiche più forti dell’hockey bolzanino: la gente.

Un hockey che attraversa anche la guerra
Poi arriva la guerra. E come tutto ciò che riguarda la vita quotidiana, anche lo sport viene travolto dagli eventi. L’attività hockeistica bolzanina si interrompe e il movimento riprende soltanto nel dopoguerra, passando anche attraverso la Polisportiva Alto Adige prima della rinascita dell’Hockey Club Bolzano nel 1948. Ma c’è un aspetto interessante. L’hockey di quegli anni non era ancora percepito come una realtà separata dalla città. I giocatori erano ragazzi bolzanini. Le piste erano luoghi della città. Gli spettatori erano cittadini. E la composizione stessa del movimento sportivo rispecchiava una Bolzano nella quale convivevano culture e lingue diverse. Questa caratteristica sarebbe rimasta una delle peculiarità dell’hockey bolzanino per decenni.

1953: il ghiaccio diventa una casa
Il vero punto di svolta arriva il 7 novembre 1953. Alla Fiera di Bolzano viene inaugurato il nuovo impianto artificiale nel Padiglione 1. Nasce il Palazzo del Ghiaccio di via Roma. Il Palafiera. Ed è qui che l’hockey smette definitivamente di essere soltanto uno sport legato all’inverno. Per quarant’anni quel luogo diventerà molto più di una pista. Diventerà un pezzo della città. Il ghiaccio artificiale cambia tutto. Non bisogna più aspettare che la temperatura faccia il proprio lavoro. Si può programmare. Allenarsi. Giocare. Costruire una stagione. Costruire una generazione. E soprattutto, ritrovarsi.

Il Palafiera diventa un luogo frequentato da generazioni di bolzanini, non soltanto per l’hockey ma anche per il pattinaggio. La stessa memoria istituzionale della Provincia lo descrive come un vero punto di ritrovo per intere generazioni. È qui che nasce una parte fondamentale della memoria collettiva dell’hockey bolzanino. Via Roma era dentro la città. Questa è forse la differenza più importante tra l’hockey di ieri e quello di oggi. Il Palaghiaccio era in via Roma. Non fuori città. Non in una grande area sportiva periferica. Era dentro la vita quotidiana dei bolzanini. Per generazioni bastava uscire di casa, prendere la bicicletta, fare qualche passo o salire su un autobus per arrivare al ghiaccio. E questo contribuì a creare un rapporto particolare tra la città e l’hockey. Il palazzo non era soltanto il luogo dove si giocava. Era un luogo di appartenenza. Le generazioni si sovrapponevano. Il padre portava il figlio. Il figlio diventava tifoso. Il tifoso diventava abbonato. E magari, qualche anno dopo, portava a sua volta il proprio figlio. È così che una squadra smette di essere semplicemente una squadra. Diventa una tradizione familiare.

Quando Bolzano imparò a vivere di hockey
Gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta trasformano definitivamente l’hockey in una delle grandi passioni sportive della città. Bolzano entra stabilmente nell’élite nazionale. Arrivano gli scudetti. Arrivano i grandi giocatori. Arrivano le rivalità. E soprattutto arrivano le trasferte. L’hockey altoatesino diventa quasi un campionato nel campionato: Bolzano, Gardena, Merano e le altre realtà della provincia si confrontano continuamente con le grandi squadre italiane. La storia del campionato italiano racconta proprio questa trasformazione: dopo il dominio iniziale delle squadre milanesi, dagli anni Sessanta l’asse dell’hockey italiano si sposta progressivamente verso le città e le località alpine, con Bolzano protagonista insieme a Cortina, Gardena e Merano. Ma per i bolzanini non era una questione di statistiche. Era orgoglio cittadino.

Il derby non era soltanto una partita
Quando arrivavano le squadre altoatesine, il ghiaccio cambiava significato. Gardena. Merano. Renon. Poi le grandi squadre italiane. E soprattutto Milano. Perché Milano rappresentava qualcosa di diverso. Era la grande città. Era l’avversario storico. Era il viaggio. Era la trasferta. Era la possibilità di dimostrare che una città di montagna poteva stare allo stesso tavolo delle grandi realtà dell’hockey italiano. E così nacque anche una cultura del tifo che, con il passare degli anni, sarebbe diventata sempre più particolare.

La curva: quando il pubblico diventa protagonista
L’hockey di Bolzano non ha mai avuto soltanto spettatori. Ha avuto tifosi. E poi ha avuto la curva. E la curva ha avuto le sue generazioni. Fedayn. Mele Marce. Ultras 1991. Nene & Michi. Figli di Bolzano. Nomi diversi, epoche diverse, ma la stessa idea: il pubblico non voleva limitarsi a guardare la partita. Voleva farne parte.

Le Mele Marce, in particolare, hanno rappresentato una parte importante del tifo organizzato bolzanino negli anni Novanta e nei primi anni successivi; dopo la loro esperienza arrivarono gli Ultras 1991, prima della successiva evoluzione della curva. Sono cambiate le generazioni, sono cambiati gli striscioni, sono cambiate le mode. Ma sono rimasti i tamburi. I cori. Le bandiere. Le coreografie. E quella maniera molto bolzanina di vivere la partita. Non soltanto guardare. Ma partecipare.

Una curva diversa da quella del calcio
C’è una cosa che rende particolarmente interessante il fenomeno bolzanino. L’hockey ha sviluppato una cultura da curva molto simile a quella calcistica, pur essendo uno sport che in Italia raramente ha raggiunto questo tipo di coinvolgimento. Le testimonianze sulla tifoseria bolzanina raccontano di coreografie, trasferte organizzate e un tifo continuo durante la partita. E proprio questa atmosfera è diventata parte dell’identità della città. Il giocatore che arriva da fuori Bolzano se ne accorge immediatamente. Il ghiaccio può essere lo stesso. Le regole possono essere le stesse. Ma quando parte la curva del Palaonda, l’ambiente non è più quello di una normale partita di hockey.

Il Palaonda: la città cambia, l’hockey cambia
Poi arriva il 1994. E arriva il Palaonda. Costruito per i Mondiali di hockey di quell’anno, il nuovo impianto sostituisce il vecchio Palafiera e porta l’hockey bolzanino in una dimensione completamente diversa. È una modernizzazione necessaria. Ma è anche una piccola rivoluzione urbana. Perché per la prima volta l’hockey si allontana dal luogo nel quale era cresciuto. Il vecchio Palaghiaccio di via Roma era dentro il tessuto quotidiano della città. Il Palaonda è più grande. Più moderno. Più spettacolare. Ma anche più distante. È una trasformazione che ancora oggi viene ricordata come uno degli elementi che hanno modificato il rapporto tra hockey e città. È quasi un paradosso. L’hockey cresce, ma contemporaneamente perde un po’ della sua vecchia casa.

Gli anni d’oro
Eppure il trasferimento non spegne la passione. Anzi. Gli anni Novanta portano alcuni dei momenti più importanti nella storia sportiva di Bolzano. Dal 1995 al 2000 arrivano cinque scudetti in sei anni e il Bolzano raggiunge quota sedici titoli nazionali. Ma ancora una volta, la cosa interessante non sono soltanto i trofei. Sono le immagini. Le file. I biglietti. Le trasferte. Le famiglie. I bambini con la sciarpa. Le radio. I giornali locali. Le discussioni al bar il giorno dopo. I giocatori che diventano personaggi. E il Palaonda che, partita dopo partita, diventa un’altra casa. Quando la città si innamorò anche dei giocatori. Ogni generazione ha i propri eroi. Non necessariamente i più forti. Quelli che hanno rappresentato qualcosa. Quelli che erano lì quando il tifoso era bambino. Quelli che hanno segnato il gol che ancora oggi viene raccontato. Quelli che hanno giocato con una spalla malandata. Quelli che sono rimasti quando avrebbero potuto andare via.

È per questo che la memoria dell’hockey bolzanino non è fatta soltanto di coppe. È fatta di facce. Di voci. Di soprannomi. Di numeri di maglia. Di fotografie appese in casa. Di racconti che passano da una generazione all’altra. L’evento All Stars del 2007, per esempio, portò oltre 5.000 persone al Palaonda per rivedere sul ghiaccio tanti protagonisti del passato. La curva accompagnò la serata con uno striscione che riassumeva perfettamente questo rapporto tra memoria e tifo: voi avete scritto la storia, noi l’abbiamo vissuta. È una frase che potrebbe essere utilizzata come manifesto dell’hockey bolzanino.

Poi qualcosa si spegne
Ogni storia ha anche i suoi periodi difficili. Negli anni Duemila l’hockey italiano perde progressivamente parte della propria forza. Bolzano continua a essere una realtà importante, ma il pubblico cala. Il movimento perde parte dell’entusiasmo di un tempo. Nel 2013 la situazione diventa particolarmente delicata: la presenza allo stadio è molto bassa e la passione cittadina sembra essersi raffreddata. È una fase importante da ricordare perché dimostra una cosa. La tradizione non è eterna per diritto acquisito. Può spegnersi. Può diventare nostalgia. Può rimanere confinata nei ricordi di chi ha vissuto via Roma. E allora arriva una scelta destinata a cambiare ancora una volta il rapporto tra Bolzano e l’hockey.

2013: Bolzano torna a guardare oltre le montagne
L’ingresso nella lega mitteleuropea cambia nuovamente il panorama. Non è più soltanto il campionato italiano. Arrivano Vienna. Salisburgo. Klagenfurt. Graz. Lubiana. Zagabria. Innsbruck. Bratislava. L’hockey torna a essere internazionale. E Bolzano scopre di avere una collocazione geografica perfetta per questo tipo di sport. Bolzano non è periferia. È nel cuore dell’Europa centrale. Quello che per decenni era sembrato un confine diventa improvvisamente un vantaggio.

E poi arriva il 2014
Qui la storia diventa quasi cinematografica. Una squadra che soltanto pochi mesi prima rischiava di perdere parte del proprio pubblico entra in una lega mitteleuropea. E arriva fino alla finale. Salisburgo. La trasferta. Il gol decisivo. L’esplosione. A Bolzano, centinaia di tifosi si radunano davanti ai maxischermi. Poi la festa. Piazza Walther. Migliaia di persone. Il corteo della curva. La città che torna a vestirsi di biancorosso. Quella sera non fu semplicemente la festa di una squadra. Fu una delle dimostrazioni più evidenti di quanto l’hockey fosse ancora profondamente radicato nella memoria collettiva della città. Hockeytown.

L’hockey come lingua comune
Ed è forse questo l’aspetto più interessante dell’hockey bolzanino. Bolzano è una città particolare. Italiano. Tedesco. Lingue diverse. Storie diverse. Identità diverse. L’hockey, invece, può diventare una lingua comune. Nel 2024, durante i Mondiali Divisione I disputati a Bolzano, la città ne ha avuto una dimostrazione spettacolare. Tifosi provenienti da diversi Paesi hanno riempito le strade e le strutture intorno al Palaonda/Sparkasse Arena. Gruppi di tifosi stranieri hanno trasformato la città in una piccola capitale internazionale dell’hockey. E questo è forse il modo migliore per spiegare cosa sia diventata Bolzano attraverso l’hockey. Una città italiana. Una città altoatesina. Una città mitteleuropea. E, per qualche giorno, una città dell’hockey europeo.

La curva oggi
Nel frattempo anche il tifo ha continuato a cambiare. Oggi i Figli di Bolzano rappresentano la parte più visibile della tifoseria organizzata. Coreografie. Cori. Trasferte. Striscioni. Cortei. La curva è diventata un elemento dello spettacolo. Nel 2024, durante i Mondiali, la tifoseria bolzanina ha realizzato coreografie particolarmente apprezzate, dimostrando come una cultura da curva fortemente radicata nel calcio possa essere trasferita anche all’interno di un palazzetto del ghiaccio. E nel 2024, dopo la stagione, il corteo della curva insieme alla squadra ha attraversato nuovamente la città, collegando simbolicamente la Sparkasse Arena alla Fiera di Bolzano. È un dettaglio importante. Perché il corteo riporta fisicamente l’hockey nella città. Quasi come se, dopo tanti anni, il ghiaccio tornasse a camminare per le strade.

Non è sempre stato tutto bello
Raccontare questa storia significa però raccontarla tutta. Anche il tifo organizzato ha avuto i suoi lati più controversi. Gli anni delle curve hanno conosciuto tensioni, rivalità e anche episodi che nulla avevano a che fare con lo sport. E nel 2025 la città è stata nuovamente al centro di episodi violenti legati a tifosi ospiti durante un torneo internazionale estivo alla Sparkasse Arena; nel 2026 sono stati emessi 29 Daspo di tre anni nei confronti di altrettanti tifosi svizzeri coinvolti negli incidenti. È una parte meno romantica della storia. Ma anche questa fa parte del fenomeno. Perché quando uno sport diventa identità, la passione può essere potentissima. E proprio per questo deve essere accompagnata dal senso di responsabilità.

E oggi?
Oggi Bolzano ha un’arena moderna, una squadra che gioca in un campionato internazionale, una tifoseria organizzata riconoscibile e una tradizione che attraversa quasi un secolo. Ma la cosa più importante non è il numero degli scudetti. Non è il nome della lega. Non sono nemmeno i grandi giocatori arrivati da Canada, Stati Uniti, Finlandia, Svezia, Repubblica Ceca o Austria. La cosa più importante è che, a Bolzano, l’hockey ha una memoria. C’è chi ricorda il ghiaccio naturale. Chi ricorda Campiglio. Chi ricorda la “Siberia”. Chi ha pattinato in via Roma. Chi ricorda il rumore delle balaustre del Palafiera. Chi ha visto nascere il Palaonda. Chi ha seguito le trasferte degli anni Novanta. Chi ha cantato nella curva delle Mele Marce. Chi ha passato anni con gli Ultras 1991. Chi oggi canta con i Figli di Bolzano. E poi ci sono i bambini che oggi guardano una partita senza sapere che, prima di loro, migliaia di persone hanno fatto esattamente la stessa cosa.

Dal ghiaccio naturale alla città dell’hockey
Forse, alla fine, la storia dell’hockey a Bolzano può essere raccontata attraverso i suoi luoghi. Costalovara. Il luogo dei pionieri. Campiglio. Il primo vero campo cittadino. Via Vintola e via Marconi. Le piste di una città che cercava il proprio spazio. La “Siberia”. Il freddo come alleato. Via Roma. Il Palafiera, la casa di generazioni. Il Palaonda. La modernità, i Mondiali, le grandi sfide internazionali. La Sparkasse Arena. Il presente. Ma c’è anche un altro luogo. Quello che non compare sulle mappe. È fatto di bar, scuole, autobus, piazze, negozi, famiglie, giornali, fotografie e ricordi. È lì che l’hockey ha realmente vissuto. Perché l’hockey bolzanino non è nato quando qualcuno ha fondato una società. È nato quando alcuni bolzanini hanno deciso di mettere i pattini sul ghiaccio. E non è mai veramente finito. Forse è proprio questo il vero “Cuore Bolzanino” Non una coppa. Non una maglia. Non un giocatore. Non uno striscione. Ma la continuità.

Quella cosa strana per cui un bambino che oggi entra alla Sparkasse Arena può avere qualcosa in comune con un uomo che, novant’anni prima, guardava una partita attorno a una pista ghiacciata delimitata dalla neve. Due persone che probabilmente non si sarebbero mai incontrate. Due epoche completamente diverse. Due hockey completamente diversi. Eppure la stessa emozione. Il disco che cade sul ghiaccio. Il rumore dei pattini. Il pubblico che si alza. E Bolzano che, per qualche ora, torna a essere una città dell’hockey. Perché prima ancora di avere una squadra da tifare, Bolzano aveva un ghiaccio da vivere.

Fonti principali utilizzate per la ricostruzione storica: Provincia autonoma di Bolzano, archivio Claudia Augusta, documentazione storica sul Palafiera e sul movimento hockeistico altoatesino, fonti giornalistiche locali e testimonianze sulla storia del tifo organizzato.