di Andrea Scolfaro.
Win2day International Central European Hockey League.
Vi siete mai chiesti quando è stata fondata, i motivi per cui è sorta, i parametri e le molte curiosità dietro le quinte della Lega mitteleuropea più vicina e direttamente coinvolta con l’hockey italiano?
Alle spalle della ICE Hockey League, lega ad ammissione del panorama europeo (come la stessa CHL, giusto per capirci), si nasconde l’atavica Österreichische Nationalliga, struttura semiprofessionistica che vide la luce più di un secolo fa, esattamente nel 1923.
Il club che vanta il maggior numero di partecipazioni è il Klagenfurter Athletiksport Club, fondato nel settembre del 1909 e noto ai più attraverso l’acronimo KAC, la squadra che interruppe la conclamata egemonia dei Wiener EV, intercorsa tra il 1923 ed il 1951.
Quando in Austria si passò al professionismo, nel 1965, il termine Nationalliga venne assunto dal secondo livello del campionato austriaco.
Al massimo torneo, invece, attribuirono un’etichetta più moderna ed attuale: “Bundesliga”.
Dalla sua istituzione, le Rotjacken non fecero vedere il disco alla concorrenza.
Tredici titoli, raccolti dal 1965 al 1980. Fino a quando, a Feldkirch, la Vorarlberger Eishockey Union (VEU) non diede vita ad un movimento che trasmise un folle entusiasmo a tutto l’ambiente.
Con iniziative tanto geniali quanto lungimiranti, la “Città dei Montfort” (in onore alla nobile casata che fondò la città nel Medioevo) si strinse al suo club hockeistico, grazie ad un azionariato popolare che attirò miriadi di tifosi e di imprenditori.
Nove titoli austriaci, quattro Alpenliga, una Supercoppa IIHF e soprattutto una European Hockey League. Le ultime due conquistate nel 1998, all’apice dell’epoca d’oro per il VEU ed il suo Gran Timoniere, il coach con doppia cittadinanza germanica e canadese: Ralph Krueger.
Trascinata da straordinari interpreti, come i quattro moschettieri canadesi (Dominic Lavoie, Rick Nasheim, Daniel Gauthier e Simon Wheeldon),
il fenomeno svedese
Jonas Bergqvist ed i folletti sloveni Tomaz Vnuk e Nik Zupancic, in quegli anni la corazzata di Feldkirch sottomise sistematicamente i club russi, ceki e finlandesi.
Poi, il cassiere si accorse che quei titoli si erano portati via una montagna di denaro, tra ingaggi dorati ed operazioni dettate più dalla frenesia che dall’accortezza.
Ed il sogno di tutto il Vorarlberg si trasformò in un incubo.
Fallimento certificato nel 2000. E fine dei giochi.
Sull’hockey austriaco, e contemporaneamente anche su quello italiano, le onde lunghe della crisi economica – provocate dai costi di gestione – cominciarono a stagliarsi sempre più minacciose.
Nell’anno del Giubileo, la FISG corse ai ripari istituendo una drammatica spending review.
Un solo giocatore di scuola straniera a spogliatoio.
In Austria, la Bundesliga toccò invece il minimo storico di partecipanti.
Solo quattro club (KAC, Villach, Linz e DEK Klagenfurt) e limite di tre giocatori stranieri cadauno.
Le scappatoie della “legge Bosman” aprirono improvvisamente il ventaglio delle opportunità.
“Italo” ed “Austro-canadesi” tornarono a fare la loro apparizione nei roster delle franchigie.
Poi, la svolta avvenne nel 2003.
L’uso di un marchio commerciale nell’hockey, associato direttamente al nome di un torneo (il cosiddetto “naming sponsorship”), fece la sua apparizione in Europa proprio in Austria, quando la Erste Bank pagò fior di milioni per legare il suo brand alla Österreichisce Bundesliga.
In Italia, l’operazione avvenne solamente nel 2011 quando la 77ª edizione della serie A venne sponsorizzata da una realtà della galassia del fotovoltaico, la ditta Solarplus.
Solo il brand NHL ha fermamente respinto al mittente ogni offerta multi-milionaria per acquisire i diritti sullo sfruttamento del nome della competizione. Anche se, da qualche anno, le Division sono associate al nome di uno sponsor.
Ma torniamo a noi.
Alla prima EBEL, stagione 2003-2004, solo sette squadre al via. Tutte quelle austriache, attualmente presenti alla ICE Hockey League. Ad eccezione dell’Eis Hockey Club Salisburgo (fondato nel 1995 e rilevato dalla Red Bull nel 2000, quando il team languiva in Oberliga).
Nell’estate del 2007 il board della EBEL ufficializza a furor di popolo l’apertura ad altre realtà territoriali, trasformando di fatto il maggior campionato austriaco a guisa di Lega ad invito.
L’ungherese Alba Volàn Fehérvár e le slovene Olimpija Ljubljana ed HK Jesenice sono i primi club stranieri a venir coinvolti nel progetto di espansione della EBEL, auspicato dalla Erste Bank. Ai quali seguirono negli anni Medveščak Zagabria, Orli Znojmo, Bratislava Capitals, Ferencvaros ed il pacchetto delle italiane: Foxes Bolzano, Valpusteria, Milano ed Asiago.
È una vera e propria svolta epocale. 
Che anticipa di un anno la fondazione di Hockey Europe, associazione che riunisce le sette principali leghe europee (di Finlandia, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Svezia, Svizzera ed Austria) e grazie alla quale la EBEL (in passato) e la ICE (adesso) hanno visto partecipare alla Champions Hockey League le prime tre squadre classificate nella stagione precedente.
Contemporaneamente, in Serie A, l’Armata Biancorossa conquista due scudetti consecutivi ed una Coppa Italia nel biennio 2007-2009.
Il miglior giocatore del nostro campionato è proprio il biancorosso Kenny Corupe.
Assieme a Ryan Jardine (a sinistra), Arpad Mihaly, Nate DiCasmirro, due grandi portieri come Phil Groeneveld e Pasi Häkkinen, e la meglio gioventù biancorossa (rappresentata da Alex Egger, Anton Bernard ed Enrico Dorigatti), Corupe costituisce l’asse portante di un Bolzano che si impone, in entrambe le stagioni, sui dominatori delle stagioni regolari.
Nell’aprile 2008 in gara 4 di finale sul Renon. 12 mesi dopo sul Cortina (superato sia in semifinale di Serie A che in finale di Coppa Italia).
Dieter Knoll, fin dal lontano 1982 figura di riferimento della dirigenza biancorossa, ha già percepito da anni quanto siano distanti i margini tra l’offerta di un format come la serie A rispetto alla domanda che un club glorioso e titolato come l’Hockey Club Bolzano sia in diritto di avanzare.
Nascono da questi presupposti i contatti tra il club di via Galvani ed il board della “vecchia” EBEL.
Dopo le necessarie verifiche degli emissari austriaci, e dopo l’ultimo scudetto conquistato dai biancorossi nel 2012, grazie ai “cavallini”, a Marco Insam, Christian Borgatello, Stefano Giliati, Jordan Knacksteadt, Josh Meyers, Derek Edwardson e soprattutto MacGregor Sharp, i Foxes fanno il loro ingresso ufficiale nei ranghi della Erste Bank Elite Liga.
È il 2013 ed il Bolzano copre lo slot lasciato libero dai croati del Medveščak di Zagabria.
Ciò che è accaduto nelle 13 stagioni precedenti a quella che è appena iniziata appartiene alla storia contemporanea del club di Hockeytown.
Due titoli (uno all’esordio assoluto nel 2014, l’altro dopo una clamorosa rimonta nel 2018), una cavalcata inarrestabile nel pick round, fermatasi alla vigilia dei playoff del 2020 a causa della pandemia, un terzo titolo accarezzato in gara7 di finale nella primavera del 2023. Se a tutto ciò vogliamo aggiungere la Leggenda del Cuore Biancorosso, importata in una landa che non ci ama ma ci rispetta, si può affermare senza tema di smentita che il Bolzano ha trovato proprio in questa Lega, 13 anni fa, il suo habitat naturale.
Dove continuare ad inseguire gloria e titoli. Che fanno parte, da sempre, del suo DNA.
Ed a proposito di Leggende, ci siamo lasciati alle spalle – ma non dimenticheremo mai – il “Jersey Retirement Day” di domenica scorsa, il rito celebrativo che ha suscitato un mare di emozioni all’interno del Palaonda. Al quale, la struttura di HCBfans ha avuto la soddisfazione di partecipare da parte attiva, premiando con una splendida riproduzione del Premio Combattività – “Gino
Pasqualotto” le 5 icone biancorosse, figlie di un hockey che si prese i migliori anni delle loro vite.
Rolly Benvenuti, Hubert Gasser, Gino Pasqualotto, Robert Oberrauch e Martin Pavlu.
In puro ordine di dismissione dall’Hockey Club Bolzano.
Prima che i loro numeri di maglia venissero issati per sempre “to the rafters”, verso le travi più alte dell’arena, come amano rimarcare in Nord America in queste circostanze, hanno vissuto la vigilia di questo momento travolti dai ricordi, dalle testimonianze d’affetto.
Negli attimi prima di scendere ancora una volta sul ghiaccio, questa volta sopra un adeguato tappeto rosso, le “Legends” hanno abbracciato e stretto, verso loro stessi, decine di volti. Soprattutto quelli di Ron Chipperfield, Lucio Topatigh, Herbert Strohmaier, Christian Alderucci, Patrick e Kiki Timpone, Harald Zingerle, Reini Wieser.

Che la festa non se la sarebbero persa per nulla al mondo.
La commozione non ha avuto però il sopravvento.
Anche se Rolly è parso essere il più emozionato di tutti.
E Robi è stato invece quello che ha fatto emozionare tutti.
Ora che si è creato il precedente, spetterà all’Hockey Club Bolzano dare continuità alla tradizione.
Ci sono altri gonfaloni che attendono pazientemente di salire verso l’empireo del Palaonda.
Il 4 di Heini Bacher, il 35 di Giorgio Tigliani, il 16 di Herbert Strohmaier, il 27 di Lucio Topatigh…
Permetteteci un altro suggerimento da trasmettere a chi il club biancorosso lo dirige e lo gestisce.
Ovvero l’esibizione della maglia ed il mantenimento del numero.
Protocollo già messo in atto nel mondo del calcio. Un esempio lampante: il 10 di Alessandro Del Piero. Una pratica che non cancellerebbe il sogno di chi in futuro farà la storia del club.
E vorrà riscriverla indossando il numero del proprio idolo.
Un argomento che ci catapulta verso l’attualità.
Il 27 non è solamente quello indossato dal “Falco di Gallio”. Ma anche da Nicolò Remolato. 
Una delle più liete novità che ci stanno offrendo i nuovi Foxes in questo primo scorcio di stagione.
Nicolò, una doppietta al Vienna per essere identificato come il primo giocatore italiano che la realizza all’esordio in ICE Hockey League, EBEL od Österreichische Bundesliga che dir si voglia, ha già attirato su di sè le attenzioni e gli interessi di tutti gli addetti ai lavori della Lega.
Veloce, tenace, coraggioso, irriverente. Ha un potenziale ed un margine di crescita clamorosi. Ed in molti si sono già sbilanciati sul suo conto. Azzardando paragoni molto importanti.
Il più scontato, quello con Dustin Gazley.
Ma il “nostro” numero 10 è un giocatore certamente meno guascone di Nicolò. Il quale, dall’alto dei suoi 21 anni, ama risplendere di luce intensa, come una fiamma.
I suoi guizzi imprevedibili attirano su di sè l’entusiasmo della curva del Palaonda tanto quanto le reazioni piccate degli avversari.
Ne hanno già fatto le spese: domenica sera Ali Wukowits, coinvolto nella rissa scoppiata davanti allo slot di Louis Boileau-Domingue; mercoledì scorso a Graz sia Frank Hora che Paul Stapelfeldt, costretti a frenare illegalmente il giovane Remolato ed a guadagnare la panca puniti.
Certamente non tre pivelli qualsiasi.
Forse, un giorno riusciremo a raccontare a Nicolò Remolato le imprese che nel 1984 resero grande un certo Dale Derkatch. 
Arrivato assieme a Bob Sullivan e Bruno Baseotto, nell’estate di quell’anno, furono i primi giocatori di scuola nordamericana che Ron Chipperfield, nelle vesti di manager HCB, fece sbarcare a Bolzano nel corso della seconda carriera della sua vita. Derkatch aveva appena lasciato le Junior dei Regina Pats, doveva ancora compiere 20 anni, era veloce come il vento ma non eccelleva certo in altezza. Come Nicolò.
Dale venne preso sotto la sua ala protettiva da Bob Sullivan, un marcantonio che batteva la fascia sinistra come un rinoceronte nella savana, reduce da un’ottima stagione a Binghampton, in AHL.
Bastarono poche uscite perché i due diventassero l’attrazione principale in via Roma.
Derkatch amava arringare la folla, sovente con giocate al limite del provocatorio.
Sullivan era costretto in diverse occasioni a prendere le sue difese.
In due realizzarono insieme 105 gol e 128 assist, in quella stagione. Puro balsamo per gli occhi.
Ma il giovane Remolato non è la sola “new wave” ad aver rivoluzionato l’involucro e lo spogliatoio dell’Hockey Club Bolzano. 
Antti Karhula (foto: HCB/Manfred Mair), fresco cinquantenne di Oulu, la “Silicon Valley” finlandese, è il coach scelto dal Dottor Knoll per dare vita ad un progetto innovativo, basato su una nuova filosofia: “la volontà di offrire opportunità concrete ai giocatori più giovani”, come citava una nota del “Media Day”.
Quattro Under 24 italiani rappresentano una svolta quasi radicale. Remolato e Jakob Fuchs in attacco, Enrico Larcher e Noah Frick in difesa. Pure Daniel Gellon, Jackson Van De Leest ed il back-up Marco Costantini di anni ne hanno solo 25.
“Due under devono sempre essere sul ghiaccio”, è stato il verbo del Dottor Key all’atto della consegna del team al nuovo tecnico. E Kahrula non ha esitato.
“La volontà di essere competitivi” è invece il mantra scolpito nella roccia. Quello distintivo.
Per mantenerlo vivo il Bolzano ha eliminato l’iperbole con le quali aveva accompagnato gli assemblaggi del team nelle ultime due stagioni, poi rivelatesi fallimentari.
Il locker-room più blasonato d’Italia, quest’estate ha accolto profili molto più versatili rispetto al passato, come Isaac Ratcliffe e Turner Elson in attacco o Teemu Kivihalme e Zac Leslie in difesa.
Giocatori maggiormente predisposti alla costruzione dello schema, a presidiare la zona neutra con oculatezza, a mantenere il possesso del gioco. Che sono alla base della filosofia di Kahrula.
L’esatto opposto del nord-sud aggressivo preteso da Doug Shedden. Letteralmente sbriciolato dall’Olimpija Ljubljana, negli sciagurati quarti di finale della scorsa stagione.
Anche l’avvicendamento tra Daniel Frank e Luca Frigo nella leadership del gruppo, è figlio dello stesso rinnovamento. Una ventata d’aria fresca in più.
Il coach finlandese ha già ricevuto risposte positive dal team, dove Cole Schneider è sempre più metronomo ed assist-man dei biancorossi, Brad McClure lo spietato finalizzatore. Molto bene Turner Elson contro un Salisburgo più dimesso del solito. In ascesa anche la seconda e la terza linea d’attacco mentre Luca Frigo è già in piena condizione.
In difesa Leslie, Kivihalme e Buono hanno facoltà di impostare e di partecipare alla manovra.
Con gli uomini a disposizione Kahrula sta girando a tre linee in difesa ed a quattro in attacco. E sta dando tempo ai suoi giocatori, perché possano trovare la necessaria intesa.
Perché si integrino alla perfezione, il coach scandinavo ha lasciato inalterati gli stessi blocchi assemblati a Corvara, per tutta la durata della pre-season. E, naturalmente, anche nei primi tre match di ICE Hockey League. Louis Domingue (foto: HCB/Manfred Mair)
Un preciso segnale, sia alla squadra che alla critica. 
Senza l’inopinata sconfitta all’overtime in casa dei campioni d’Austria, il Bolzano sarebbe al comando, a punteggio pieno, con Klagenfurt e Milano.
A Graz la differenza l’hanno fatta gli episodi. Ed è inutile entrare nel merito.
Quando sei avanti 3-1 a 4 minuti dalla sirena finale la devi necessariamente portare a casa.
In Austria, l’avvio di questa edizione della ICE Hockey League ha avuto effetti diametralmente opposti sulle piazze più titolate del Paese.
Dalle quattro fatiche molto ravvicinate di Champions Hockey League ad uscirne meglio è stato il Klagenfurt, apparso già molto tonico e reattivo.
A Graz l’ambiente si sta assestando, dopo il terremoto estivo cagionato dai tagli al budget. Ma il team ha avuto un approccio negativo in Europa, perdendo quattro match su quattro. I campioni hanno successivamente perso anche la prima rivincita a Brunico e stavano lasciando tre punti anche in mano al Bolzano.
Molto accentuata sembra la crisi di gioco e risultati che sta attraversando Salisburgo. I Red Bull hanno perso otto degli ultimi dieci confronti. Ciò che più preoccupa, allo stato attuale, sono i limiti del reparto difensivo. Come dimostrano i 7 gol incassati in casa dal KAC ed i 6 al Palaonda.
Colpa dei carichi di lavoro in previsione della Champions oppure ciclo che sta fisiologicamente arrivando al capolinea?
Dignitoso l’avvio dei Caps a Vienna, squadra profondamente rinnovata e che punta sempre ai sospirati Top Six. Lo stesso dicasi per Linz, che ha cambiato molto in sede di mercato.
La crisi societaria che ha invece scosso tutta Villach e quasi tramortito il suo VSV avrà inevitabili ripercussioni sulla sua stagione. Esattamente quanto sta accadendo a Feldkirch.
Ad Innsbruck il discorso sembra leggermente diverso. Il club ha investito maggiormente in sede di mercato, la città ama i suoi Haie e continuerà a sostenerli. Vedremo se quest’anno il team riuscirà a risollevarsi oltre l’undicesima posizione.
Il blocco orientale (Alba Volàn Fehérvár, Ferencvaros ed Olimpija Ljubljana) sembra poter contare solo sugli sloveni per le posizioni di prestigio.
Le altre italiane, dulcis in fundo, si sono presentate all’appello animate da obiettivi diversi.
Quello minimo del Falkensteiner Valpusteria è la semifinale.
L’Hockey Club Milano invece ha già vinto. Rimettere la squadra sul ghiaccio e sentir pulsare nuovamente il vecchio cuore rossoblù è stata la vittoria più bella da conquistare quest’estate.
Le sfide di campanile sono diventate otto.
Prepariamoci a viverle tutti assieme. Appassionatamente…

