di Andrea Scolfaro –
È l’uomo dei primati.
Quello che detiene una serie di “all-time record” da brivido.
857 match, 544 reti, 896 assist e 1440 punti totali.
Raccolti indossando una sola jersey.
Quella dell’Hockey Club Bolzano.
È anche il giocatore che ha conquistato il maggior numero di scudetti, in maglia biancorossa.
Ben 12, tra il 1978 ed il 2003.
Inoltre, è il figlio di Jarda, il “Signore del ghiaccio”.
Ed ha partecipato a tre edizioni dei Giochi olimpici invernali (Sarajevo, Lillehammer e Nagano).
Solo un uomo può vantare una simile carriera.
Ed è Martin Pavlu.
Una delle quattro “Legends” che, domenica 20 settembre 2026, vedrà salire il proprio numero verso le architravi del Palaonda.
25, come le reti realizzate in ciascuna delle sue prime tre stagioni nei senior.
Tra via Roma e via Galvani.
“Cosa proverò quando verrà ritirata la mia maglia?”
Il “Cigno” non ha dubbi.
“Orgoglio e soddisfazione! – esclama senza indugi -. Potrò gioire assieme ai nostri tifosi. Sarà l’istante che non si potrà cancellare. In cui non verrò dimenticato mai più. Ed entrerò per sempre nella storia del club. Capendo di aver fatto qualcosa di veramente importante nella mia vita”.
Bolzano forever? Su questo concetto, Martin esprime solo certezze.
“Tuttora – è il suo credo – c’è un sacco di gente che si ricorda di me, del club. Ovunque esso vada, l’Hockey Club Bolzano è conosciuto per i titoli conquistati, le vittorie. E sarà sempre così. Non credo che un altro team al nostro livello possa dire di aver avuto la nostra stessa qualità in organico. A Bolzano sono passati giocatori straordinari, che hanno saputo fare cose incredibili. Indossando la maglia biancorossa”.
“Mi piace vincere. Per contro, odio perdere – chiarisce Pavlu -. Essere in cima alle classifiche assolute è tanta roba. Mi riempie di gioia. I record sono il frutto di molti sacrifici, di dedizione e costanza mantenute in allenamento. Come tutti, ho giocato anch’io limitato da qualche infortunio. Non si gioca mai al 100%. Fa parte della vita dell’hockeista”.
1978/78 1ª stagione in serie A insieme a papà Jaroslav
Secondo Martin Pavlu, uno dei segreti dei successi biancorossi è legato al passato.
“Quando scendevamo sul ghiaccio di via Roma – ricorda -, davanti a tutta quella gente ammassata a ridosso della pista, a quel tifo infernale, ti lasciavi trasportare da quell’entusiasmo. Il PalaFiera era perfetto, in questo senso. Giocare in queste situazioni mi faceva letteralmente spiccare il volo. Anche nella realtà. Perché in tutta la mia carriera non ho mai visto in giro per il mondo una superficie ghiacciata più dolce e veloce come quella del Palaghiaccio di via Roma. Per me, che avevo molta attitudine con la velocità, pattinarci sopra era una sensazione fantastica”.
A proposito del passato, Martin è molto legato alle sue origini.
Non potrà mai dimenticare quando nel 1968 la “Primavera di Praga”, la riforma politica e sociale instaurata nella ex Cecoslovacchia da Alexander Dubček, venne debellata con la forza dalla coalizione del Patto di Varsavia.
“Avevo solo 6 anni – rivela – quando a Brno vidi i carri armati russi davanti alla casa di mio nonno. Qualche mese dopo, mio padre Jaroslav (l’indimenticato Jarda, scomparso nel gennaio del 2024 ad 87 anni, nda) siglò l’accordo triennale con l’allora presidente Ander Amonn, riempì la sua Skoda con una cinquantina di bastoni e partì verso Bolzano”.
Martin, e sua madre Slata, si ricongiunsero definitivamente al capofamiglia nel 1971. Da quell’anno in poi il futuro numero 25 dell’HCB iniziò a frequentare il palaghiaccio di via Roma.
“Dalle 10 alle 14 ero sempre sui pattini – ricorda Pavlu -. Le prime due ore erano dedicate al corso di pattinaggio artistico, alle quali seguivano quelle di hockey”.
La pattinata elegante e potente del “Cigno” biancorosso cominciò a delinearsi in quell’epoca. Grazie anche ai consigli di papà Jarda.
“Da mio padre ho ereditato l’amore per questo sport – ammette Martin -. Lui era solito ricordarmi: “Copia da quelli più bravi di te”. Sono certo che lui mi abbia trasmesso parte del suo talento”.
A 14 anni Pavlu è già nel giro della Nazionale Under 18.
A 16, invece, viene promosso in prima squadra da Gösta “Lile-Lule” Johansson. Dove ritrova papà Jaroslav (schierato in difesa, con il suo numero 9).
Il giovane Pavlu viene inserito in terza linea, con i fratelli Michael e Bernard Mair.
Nei ranghi c’è anche il grande campione sloveno Rudi Hiti (“il giocatore più elegante e potente che io abbia mai visto qui a Bolzano” – ammette Martin).
Dopo due titoli consecutivi vinti dall’Hockey Club Gardena (‘79-‘80 ed ‘80-‘81) i biancorossi tornano in cattedra vincendo, a loro volta, quattro scudetti in serie. Nel settembre del 1981 sbarcano in via Roma due personaggi di assoluto carisma: Ron Chipperfield e John Bellio.
Jaroslav Pavlu abbandona l’hockey giocato ed assume il ruolo di coach sul pancone biancorosso.
1981/82 con Chipperfield
“Sensazione strana, essere allenati da tuo padre – fa notare Martin -. In quegli anni vincemmo a mani basse. Le rare volte che subimmo qualche sconfitta non esitarono a darci per morti”.
Dopo aver giocato in linea con Chipperfield per due stagioni, Martin Pavlu visse proprio sotto la guida del canadese la magica stagione “della stella” (‘87-‘88), coincisa con l’arrivo a Bolzano di altri due fenomenali interpreti: Kent Nilsson (tuttora detentore del record assoluto di punti per partita del club biancorosso, con 3,77) e l’inesauribile Mark Pavelich, il motore di quella squadra.
“Kenta fu la massima espressione del talento – ricorda “Martine” -. Un giocatore straordinario. Su YouTube circola ancora un video del suo periodo nei Flames, a Calgary. Su precisa richiesta dei giornalisti dimostrò il suo valore colpendo la traversa da metà campo. Quell’anno fu strepitoso avere due compagni di squadra di quel calibro”.
Di questo passo si arriva ad un’altra stagione memorabile: 1989/‘90.
Gates Orlando e Lucio Topatigh erano già nei ranghi. Dal Cortina si unì ai biancorossi Ron Flockhart (9 stagioni e 453 match in NHL). Dai Buffalo Sabres, Mark Robert Napier (11 stagioni e 767 match nella Lega dei Sogni). E proprio da qui, Bruno “The Black Hawk” Zarrillo spiccò il volo.

1988/89 con Gaetano Orlando
“Il nuovo coach Rudi Hiti ebbe l’opportunità di creare due blocchi d’attacco molto solidi ed omogenei – osserva Martin Pavlu -. Con Orlando, Lucio si piazzò a destra ed io a sinistra. Con “Flocki” giravano Napier e Zarrillo”.
Un Asiago “stellare” tenne testa al Bolzano. Fino a gara 3 di finale. Rimasta nella storia, per l’incredibile lotteria dei rigori. Decisa proprio dal “rookie”: Bruno Zarrillo.
Martin Pavlu invece si mantenne costante, su livelli altissimi (36 gol e 54 assist).
Il 20 agosto 1992 è una data che rappresenterà per sempre una fondamentale pietra miliare nel curriculum vitae del ragazzo di Plzen.
Perché quel giorno, un giovedì, direttamente dal Cska Mosca sbarcarono in via Roma Sergej Leontievich Vostrikov ed Igor Valentinovich Maslennikov. L’ala destra ed il centro che per sette stagioni da sogno costituirono con Martin Pavlu il leggendario “Volga Express”.
Per molti, la linea d’attacco più forte di tutti i tempi dell’Hockey Club Bolzano.
Anni fa, sul libro commemorativo stampato proprio dai Foxes in occasione del loro 75° anniversario, Martin ricordò un episodio legato ad Igor e Sergej.
“Ci misero un po’ ad ambientarsi – disse Pavlu all’epoca -. Tanto che Ron Ivany cominciò a manifestare delle perplessità sul loro conto. Fino al punto in cui comunicò al club l’intenzione di volerli tagliare. Andai dai dirigenti ed in maniera molto drastica dissi loro: “Voi siete pazzi! Questi due sono fortissimi!”.
La storia finì come tutti sappiamo.
4 scudetti, 1 Alpenliga, 1 Sei Nazioni, 400 partite a testa e 1400 punti complessivi tra gol ed assist.
Pattinaggio, tecnica, mani fatate…
“Sul ghiaccio – rievoca Pavlu – Vostrikov e Maslennikov andavano a mille all’ora. Cercai di spiegare loro che quel ritmo avrebbe potuto creare qualche problema di tenuta. Ma loro, niente. Mentre creavano scompiglio nel terzo avversario, io gli coprivo regolarmente le spalle dalla linea blu”.
nelle vesti di traduttore fra Jagr e Bizzotto

Per un tifoso biancorosso, il 30 novembre 1994, è un altro di quei giorni che ringrazia di aver vissuto. Perché è il momento in cui “The Czech Juggernaut” (il “Colosso Ceko”), o più sinteticamente: “Jags”, fa la sua apparizione ad Hockeytown.
Approfittando del lockout della NHL, il g.m. del Bolzano – Ron Chipperfield – ingaggia Jaromir Jagr in vista delle semifinali del “Sei Nazioni”.
In città, l’ambiente dell’hockey impazzisce letteralmente.
“Non ci potevo credere – esclama Martin Pavlu -. Mi capitò di incontrarlo tempo prima, quando gli feci da interprete in un summit tra gli emissari dei Pittsburgh Penguins ed i dirigenti della sua squadra, il Rytiri Kladno. Ma non avrei mai immaginato che un giorno avrei giocato con lui”.
Nove giorni, tanto durò la permanenza di Jagr a Bolzano. E la malcelata insofferenza di Vostrikov e Maslennikov per l’ingombrante presenza di JJ68 in spogliatoio.
“Coach Bob Manno – rammenta Pavlu – dovette aggiornare il line-up. Per prima cosa mi spostò in difesa, con Mario Doyon. Rolly Ramoser mi sostituì in prima linea con Igor e Sergej ed in seconda Jagr venne affiancato da Dave Pasin e Bruno Zarrillo e lasciato libero di giostrare a suo piacere. Superammo Varese, Villach e Courmaosta in semifinale. E Rouen nella finalissima. Da suo compagno di squadra non ho dubbi nell’affermare che per potenza e velocità di pensiero Jaromir non aveva eguali”.
Dal 1995 al 2000, il figlio del “Signore del ghiaccio” mette in bacheca ben 5 scudetti in 6 stagioni.
La sequenza di campioni di assoluto livello che Martin Pavlu incrocia nello spogliatoio biancorosso, in oltre due decenni di attività, si allunga di prospetti del calibro di Scott Beattie, Alex Egger, Oleg Belov, Andrej Andriewsky e Michail Vassiliev.
3 generazioni di Pavlu: Martin col padre Jaroslav e il figlio Jan
“In quegli anni vincemmo tanto, perché la squadra era decisamente collaudata – ammette Martin -. Al punto che sentimmo maggiormente l’obbligo di alzare trofei, per non deludere i nostri tifosi e l’opinione pubblica. Solo nell’ultima stagione dei russi a Bolzano, nel 1999, in finale cedemmo al Merano di Miro Frycer, che ebbe il merito di vincere praticamente tutti gli scontri diretti con noi”.
Il vero capolavoro del “Cigno” e di un Bolzano imbottito di atleti nostrani (Kiki Timpone, Christian Alderucci, Daniele Giacomin, Gunther Hell, Stefan Zisser…) e con il solo “Baby Face”, ovvero Brian Loney, come punta di diamante in attacco, cade nella stagione del Giubileo.
L’Asiago di Lucio Topatigh ed Alexander Galchenyuk ne vince 40 su 40 in regular season. Uno scudetto praticamente già in tasca. Ma nei playoff accade l’imponderabile.
Martin, allenatore-giocatore dei biancorossi, in previsione dei playoff cede il comando delle operazioni a Bernd Haake. Sgravato dal doppio ruolo, nella finale contro i veneti, Pavlu trascina i suoi compagni ad un successo insperato davvero.
L’11 aprile 2000, privi di Giacomin ed Alderucci, i biancorossi trionfano al Palaonda in gara4 per 5-2.
È il 12° ed ultimo scudetto per il “Cigno”.
Che nel 2003, a 41 anni, chiude la sua lunga storia sul ghiaccio con l’Hockey Club Bolzano.
Domenica 20 settembre 2026, al PalaOnda, si riscriverà un ultimo capitolo di quella storia.
Il numero 25, indossato da Martin per una vita, salirà verso quelle architravi.
E vi rimarrà per sempre.


