Gino Pasqualotto: quando una maglia diventa leggenda
Ci sono giocatori che hanno avuto una grande carriera. Ci sono giocatori che hanno vinto trofei. E poi ci sono giocatori che, con il passare degli anni, smettono quasi di essere soltanto giocatori e diventano parte dell’identità di una città.
Per l’Hockey Club Bolzano, uno di questi uomini ha un nome e un numero impossibile da dimenticare:
Gino Pasqualotto, il numero 33.
Un bolzanino sul ghiaccio
Gino Pasqualotto nasce a Bolzano l’10 novembre 1955. Dopo la trafila nelle giovanili e una stagione in Serie B con l’HC Latemar, arriva in prima squadra nel 1972, a soli 17 anni. Era la stagione del secondo Scudetto della storia biancorossa. All’inizio gioca da attaccante. Ma quella che sembrava essere soltanto una giovane promessa è destinata a diventare una delle figure più importanti nella storia del club. Pasqualotto rimarrà in biancorosso per 20 stagioni, fino al 1993/94. Nel corso della carriera cambierà anche ruolo, trasformandosi progressivamente in un difensore iconico. E il suo nome finirà inevitabilmente accanto a quello dei grandi protagonisti della storia dell’HCB.
Il numero più impressionante della carriera di Pasqualotto è forse anche il più semplice:10 Scudetti. Dieci titoli italiani conquistati con la maglia del Bolzano, ai quali aggiunse anche una Alpenliga. Ma raccontare Pasqualotto soltanto attraverso i trofei sarebbe riduttivo. Perché Gino non era amato solamente perché vinceva. Era amato perché combatteva. Per la maglia. Per i compagni. Per la sua città. L’HCB lo ha ricordato come un uomo capace di distinguersi per grinta, temperamento e attaccamento alla maglia, arrivando a definirlo un vero e proprio “campione del popolo”.
Da Gino a “Crazy Horse”
Il suo stile di gioco contribuì a costruire il personaggio. Duro, imprevedibile, combattivo. Il soprannome “Crazy Horse” finì per diventare inseparabile dal suo nome. E dietro quel soprannome c’era un giocatore che non aveva paura di metterci il corpo, il carattere e, quando serviva, anche il cuore. Uno degli episodi più celebri della sua carriera arrivò proprio nella stagione del suo primo Scudetto. Nello spareggio contro il grande Cortina, il Bolzano si trovò sotto 1-4 nell’ultimo drittel. La rimonta sembrava quasi impossibile. Fu proprio Pasqualotto a riaccendere le speranze con una rete. Il Bolzano completò poi la rimonta fino al 5-4, conquistando il titolo. Quel gol racconta bene chi fosse Pasqualotto: un giocatore capace di trasformare una situazione disperata in una nuova possibilità.
Il capitano
Gino Pasqualotto non fu soltanto uno dei leader dello spogliatoio. Indossò anche la “C” di capitano in due stagioni: 1987/88 e 1991/92. Era il riconoscimento naturale per un giocatore che aveva ormai trascorso gran parte della propria vita sportiva con la stessa maglia. La maglia biancorossa non era semplicemente quella che indossava. Era quella con cui era cresciuto. Quella con cui aveva vinto. Quella con cui aveva costruito la propria identità.
Anche l’azzurro
Il legame con il Bolzano non impedì a Pasqualotto di diventare protagonista anche con la Nazionale italiana. Nel 1984 partecipò ai Giochi Olimpici Invernali di Sarajevo e prese parte a otto Campionati del Mondo, compreso un Mondiale di Gruppo A disputato in Finlandia nel 1982. Ma per i tifosi bolzanini, quando si pensa a Gino, il pensiero torna inevitabilmente al biancorosso. Al 33. Al Palaonda. A quelle battaglie.
Il giorno in cui il 33 è diventato eterno
Il 24 febbraio 2019 successe qualcosa che nella storia dell’HCB non era mai accaduto. Per la prima volta il club ritirò ufficialmente un numero di maglia. Quel numero era il 33. Quello di Gino Pasqualotto. La cerimonia si svolse al Palaonda davanti ai tifosi e a numerosi ex capitani e giocatori biancorossi. Il banner con il numero 33 venne issato sopra le tribune, trasformando definitivamente quel numero in un pezzo della storia del club. Non fu una scelta casuale. L’HCB lo aveva descritto come un “bolzanino purosangue”, un uomo che aveva combattuto per oltre vent’anni con la maglia biancorossa, diventando un simbolo della città. E ancora oggi il 33 di Pasqualotto è l’unico numero ufficialmente ritirato nella storia dell’HCB.
Quel momento di festa sarebbe diventato, purtroppo, uno degli ultimi momenti pubblici di Gino. Il 20 giugno 2019, a soli 63 anni, Pasqualotto morì dopo una malattia. La notizia colpì profondamente Bolzano. Il club lo ricordò come una leggenda e sottolineò quanto fosse difficile colmare il vuoto lasciato da un uomo che non era stato soltanto un giocatore, ma un simbolo della città. E forse è proprio questo il segno più grande lasciato da Pasqualotto. Non soltanto le vittorie. Non soltanto i dieci Scudetti. Non soltanto il 33 appeso sopra le tribune. Il ricordo. Un numero che non appartiene più a nessuno Oggi il 33 non è semplicemente un numero ritirato. È una memoria. È il ricordo di un ragazzo bolzanino arrivato in prima squadra a 17 anni e diventato, vent’anni dopo, uno dei simboli più riconoscibili della storia dell’Hockey Club Bolzano. È il ricordo di un difensore che giocava con il cuore. Di un capitano. Di un campione. Di un uomo che per i tifosi era semplicemente Gino. E forse il modo migliore per raccontare la sua storia è proprio questo: alcuni giocatori indossano una maglia. Gino Pasqualotto è diventato quella maglia.
❤️ EROI BIANCOROSSI #3
Gino “Crazy Horse” Pasqualotto
1955–2019
20 stagioni in biancorosso
10 Scudetti
1 Alpenliga
2 stagioni da capitano
Numero 33 ritirato
Una leggenda non ha bisogno di essere dimenticata per essere ricordata.

