Segni premonitori…
Sono quegli elementi immateriali, come le circostanze o le sensazioni, che arredano le nostre vite.
E possono anticipare – o addirittura condizionare – il nostro futuro.Spetta a noi, prima di tutto, credere in loro. Ed, in seguito, saperli distinguere. O meno.
Anche molte pagine dei libri conservati nell’archivio ideale dell’Hockey Club Bolzano sono colme di eventi. Momenti catartici, durante i quali sono state fissate – per l’eternità – le sostanziali differenze tra la grandezza di un trionfo e il fallimento di un’intera stagione.
30 marzo 2014
Vigilia di gara 4 di semifinale tra Villach ed Armata Biancorossa. La serie è al meglio delle cinque partite. Perché le Olimpiadi invernali a Sochi hanno accorciato la stagione.
VSV vs HCB 2014 foto HCB
Bolzano è avanti 2-1 nel confronto globale, avendo già battuto i carinziani sia al Palaonda (2-1) che alla Stadhalle (3-4 decisivo di MacGregor Sharp all’overtime). Ma, con un moto d’orgoglio, due giorni prima Villach ha fatto sua gara 3, espugnando in modo superbo il ghiaccio di Bolzano (1-5).
Il segno premonitore della serie ha del clamoroso, un evento del tutto inaspettato.
Alle prime luci dell’alba, di quella che verrà ricordata come una domenica destabilizzante per tutto l’ambiente carinziano, John Hughes (capocannoniere
della stagione regolare con 24 gol e 61 assist) viene sorpreso per le vie del centro, visibilmente alterato dall’alcol.
Ad una manciata di ore da una partita fondamentale, dopo una dettagliata indagine interna, il direttivo biancoazzurro decide di sospendere il suo miglior attaccante (verrà licenziato in tronco il giorno successivo) e di presentarsi al cospetto del Bolzano senza di lui. Privando allo stesso tempo Derek Ryan, l’altro grande finalizzatore del Villach, della sua ideale spalla offensiva.
(John Hughes 2014)
In quella circostanza, i biancorossi sfruttarono naturalmente l’evento in loro favore.
Nel terzo ed ultimo periodo raccolsero le tre reti che ruppero l’equilibrio (1-1, 1-1, 1-3: 3-5). Le porte verso il primo storico trionfo in Ebel, contro Salisburgo, si spalancarono davanti ai loro pattini.
26 novembre 2017
Dopo aver subìto sei sconfitte negli ultimi sette incontri, il Bolzano è il primo team della stagione a sollevare il proprio allenatore dall’incarico. Il Dottore esonera Pat Curcio ed affida la squadra a Kai Suikkanen. Il primo di alcuni inequivocabili segni premonitori dell’immediato futuro biancorosso.
Dopo aver risollevato Hockeytown dalla 12ª alla 9ª posizione, al termine della stagione regolare, il tecnico finlandese compie un altro miracolo durante il gironcino di qualificazione ai quarti.
Con sette vittorie su dieci incontri, Suikkanen lancia il Bolzano verso i playoff.
Con un vero e proprio colpo di reni proprio sul filo di lana.
Era ancora giovane la notte di domenica 4 marzo 2018, proprio quella dell’ultimo turno in programma prima dei quarti di finale, quando il Bolzano si trovò sotto di tre reti alla fine del secondo periodo nel match casalingo contro lo Znojmo, giunto in Alto Adige senza alcuna velleità e con un roster alquanto ringiovanito.
Ai biancorossi sarebbero bastati un solo punto su tre contro i ceki per poter prolungare il sogno.
Non avrebbero potuto immaginare, però, di doverli ottenere gestendo una situazione alquanto complicata: il momentaneo 0-3 esterno.
Non si saprà mai quali tasti toccò il coach in quel frangente.
E cosa scaturì nella testa dei suoi giocatori.
Fatto sta che il Bolzano tornò sul ghiaccio con la giusta determinazione. E raggiunse il pareggio, un gol dopo l’altro, proprio con uno dei suoi leader, capitan Alex Egger. Che regalò ai suoi compagni un overtime di importanza capitale.
Il resto, fu legato ancora una volta alle circostanze ed alle sensazioni.
La vittoria per 4-3 in quel supplementare contro Znojmo, il manifesto disagio espresso da Vienna, Salisburgo e Linz nel voler evitare il Bolzano ai sorteggi, il malcapitato KAC piegato ai quarti in gara 6 dopo una serie equilibratissima.
Un altro evento basilare di quella stagione dai magici contorni si verificò in gara 3 di semifinale, proprio contro Vienna, assoluta dominatrice della regular season.
Con la serie sull’1-1 e trascinato da Austin Smith, Travis Oleksuk e Domenic Monardo, a 26” dall’ultima sirena il Bolzano portò il match sul 2-2. Ed all’overtime (approfittando dell’infortunio patito dalla stella viennese Rafael Rotter e del contraccolpo psicologico subìto dai suoi) portò a casa un punto preziosissimo. Ai quali seguirono anche quelli di gara 4 (5-2 al Palaonda) e gara 5 (1-2 in Austria).
Segni premonitori, dicevamo.
Come lo sventurato striscione che, alla fine, si ritorse contro gli stessi Red Bull. Quello esposto in finale dalla curva salisburghese (il celeberrimo “Vendetta per 2014”).
In realtà, Suikkanen non ebbe bisogno di una bacchetta magica. Gli bastò ingabbiare l’avversario in zona neutra, lanciando infuocate transizioni verso di lui. Armi tattiche rivelatesi decisive. Perché il Bolzano potesse riportare a casa il Karl Nedwed Trophy.
Elementi immateriali che, naturalmente, possono suggestionare anche l’esistenza del singolo individuo.
Ed oggi, ci terremmo a ricordarne uno, in particolare.
Luigi Timpone. Per tutti “Gigi”.
Che ha speso molta della sua esistenza al servizio del prossimo suo.
E che, purtroppo, è venuto a mancare quasi un mese fa, il mattino del 9 giugno scorso.
Un uomo che Hockeytown difficilmente potrà dimenticare. Perché è stato – e resterà per sempre – rilevante figura di riferimento, sia per la sua attività lavorativa che per la sua inguaribile passione per l’hockey su ghiaccio.
I suoi segni premonitori?
Quelli che, probabilmente, nemmeno lui avrebbe saputo cogliere lungo lo scorrere dei suoi giorni.
Nato il 3 aprile 1946 a Nicastro (“nuova città”, etimo risalente alla dominazione bizantina), poi diventata in seguito quartiere di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro, ben presto Luigi si accorse quanto sarebbe stato predominante acquisire valori importanti nel corso della sua vita.
Fin da giovanissimo.
Nel Dopoguerra, a Bolzano ci fu una parte della città da ricostruire, dopo mesi e mesi di pesanti bombardamenti dell’Asse. Ed un’altra fetta del capoluogo, da edificare ex-novo.
Interi quartieri residenziali, dell’altra “nuova città” entrata nel destino della famiglia Timpone.
Papà Antonio e mamma Giovanna salutarono la città lametina nel 1950. E, appena giunti a Bolzano, si rimboccarono le maniche.
Quattro anni dopo, i loro tre figlioli (Luigi, Giovanni e Rosa) si ricongiunsero ai propri genitori, in una casa di via Weggenstein, abbastanza grande per tutti loro (e per altri due figli – Pasquale e Pino – che sarebbero arrivati nel corso degli anni).

Nicastro
Luigi ed i suoi fratelli impararono molto presto il senso del dovere e della disciplina.
L’acqua, elemento predominante a Lamezia (città che un tempo prese il nome – Lametos – proprio dal fiume Amato e che assunse la distinzione Terme in ossequio a quella di Caronte, ricca di fluidi sulfurei), fu centrale anche per l’esistenza di Luigi. Che seppe controllare e finalizzare al consumo. Fredda o calda che fosse.
Dai primi soldini guadagnati da adolescente, fino all’apertura del suo centro specializzato in termoidraulica, celebrata il 16 febbraio 1981 nella sua “nuova città”, Luigi Timpone si è dedicato al prossimo con la stessa passionale intensità che lo ha animato fin da bambino. Che lui seppe trasferire poi, in modo diretto e spontaneo, anche nel mondo dell’hockey.
Ma chi era veramente Gigi? Ed in quante avventure si è speso nella sua lunga vita?
Per apprezzare realmente il suo spessore, dobbiamo rivolgere queste domande a chi veramente lo ha vissuto da vicino. Ovvero i figli: Patrick e Christian Timpone.
“Papà fu un genitore tenero e premuroso con noi – ammettono all’unisono, sia Patrick che “Kiki” – ma anche un uomo presente e responsabile per molti altri ragazzini del settore giovanile dell’H.C. Latemar, dove iniziammo il nostro apprendistato”.
Quello fu il suo primo approccio con l’hockey?
“Non proprio – ricorda Patrick -; papà da piccolo era un appassionato calciatore. Entrò a far parte della Stella Azzurra, grazie al maestro Nicola Lo Russo. Aveva del talento, come nonno Antonio (ex calciatore nel San Giacomo, nda). Tanto che il Bologna fece formale richiesta di averlo in campo per un provino. Nonna Giovanna però non ne volle proprio sapere. Abitavano vicino all’oratorio di via Vintola, frequentato da papà perché nell’area ricreativa c’era anche un campo da calcio. Quando ghiacciava in inverno, i ragazzini lo utilizzavano per giocare ad hockey. Fu in quella circostanza che papà conobbe Heini Bacher, Franco De Vito e Sigo Schlemmer”.
Un altro segno premonitore, anche molto importante, per Gigi.
“Proprio Schlemmer – incalza Kiki – negli anni Settanta regalò a nostro padre il biglietto per vedere il Bolzano, al palaghiaccio di via Roma. La prima partita di hockey della sua vita”.
Da quel momento, il Padiglione 1 della Fiera di Bolzano si trasformò in una seconda casa per Gigi Timpone. Fu la svolta che contrassegnò la sua esistenza.
Nei giorni di capodanno del 1974, il 10 gennaio, casa Timpone venne allietata dalla nascita di Patrick. Due anni dopo, esattamente il 26 marzo 1976, da quella di Christian.
Fin da bambini, i due fratelli vennero avvicinati all’ambiente dell’hockey su ghiaccio.
Negli anni ‘80, per Gigi ed i suoi ragazzi, diventò pressoché fatale l’amicizia che sbocciò con Gino Pasqualotto e Moreno Trisorio.
“Il legame tra nostro padre e loro due – raccontano Patrick e Kiki – ha sempre avuto qualcosa di speciale. Insieme ne hanno combinate davvero parecchie. Uno spassoso aneddoto che li riguarda rimane un San Silvestro di tanto tempo fa, trascorso al Passo Costalunga. Noi avevamo casa lassù e conoscevamo un po’ tutti. Quel giorno gli adulti ebbero l’idea di allagare i campi da tennis dell’hotel Latemar. In modo che l’indomani ci si potesse pattinare sopra. Peccato per loro fu che la scorta d’acqua esaurì velocemente, lasciando completamente a secco sia l’hotel che le abitazioni allacciate all’acquedotto. Un bel guaio, davvero!”.
A soli 5 anni Patrick fu il primo della Timpone Dinasty a varcare – come tesserato della “mitica” Latemar – il celeberrimo tendone grigio dell’ingresso principale del palaghiaccio di via Roma.
Le priorità della società satellite dell’Hockey Club Bolzano, creata da Marco Biasi, Mario Minuz ed Alberto Ferrini, furono chiare e solide fin dal giorno della sua costituzione. Essere la fucina di talenti dei biancorossi, il vero ed unico punto di riferimento del suo settore giovanile.
A gestire il comparto tecnico della Latemar furono vere e proprie eccellenze di quegli anni. Talvolta, le stesse figure di riferimento che vestirono la maglia biancorossa nel corso della loro carriera.
Fu il caso di Jaroslav “Jarda” Pavlu, Roberto Varotto, Mario Scudier ed Herbert Strohmaier. Un ottimo coach, in possesso della stoffa da talent-scout, fu anche e soprattutto il ceko Hans Schulz. Allenatore capo della prima squadra, spesso militante in serie B, che nel 1988 strappò un giovane di belle speranze ad una piccola franchigia junior di Winnipeg.
E lo portò a Bolzano. Un certo Bruno Zarrillo.
Che a 20 anni aveva già stabilito tutti i record di realizzazione del suo team, i River East Royal Knights, tutt’ora ancora imbattuti.
“Quando fui abbastanza grandicello, anch’io entrai a far parte della categoria Topolino – rammenta Kiki – e dal primo giorno utilizzai il materiale dismesso da Patrick. Quelli erano davvero altri tempi. Nei quali era sempre e soltanto la società ad investire per l’acquisto del materiale da gioco. Oggi invece sono le famiglie a dover provvedere in toto”.
Quando iniziasti tu, papà Luigi era già entrato nell’organico della Latemar?
“Sì – continua Kiki – svolgendo il ruolo di team leader. Che ricoprì per una quindicina d’anni almeno. Per le sue conoscenze, dagli anni ‘80 fino al 1995, papà entrò anche a far parte del direttivo dell’Hockey Club Bolzano. Ma l’ambito che preferì fu sempre e soltanto quello sul ghiaccio. Era bravissimo a guadagnarsi la stima dei ragazzi e di conseguenza anche dei genitori. Tanto da diventare il papà di tutti”.
Qualche esempio?
“Mauro e Daniele Giacomin, Christian Alderucci, Ruggero Rossi De Mio, Reinhard Wieser, Harald Zingerle… Ma sarebbe riduttivo citare solamente loro”.
Questo, negli anni Ottanta – ed in parte Novanta -, fu il ruolo cruciale che ricoprì il settore giovanile dell’Hockey Club Bolzano. Una vera e propria bottega del talento. Dove si forgiarono le caratteristiche atletiche e fisiche dei profili più promettenti. Dove i ragazzi diventavano uomini e la componente caratteriale non poteva certo essere trascurata. Dove l’attitudine al lavoro, alla fatica ed al sacrificio avevano lo stesso peso specifico dei buoni voti conquistati sui banchi di scuola.
Eppoi, a quei tempi, il valore aggiunto rappresentato dai giocatori di scuola straniera rappresentava l’eccezione. Non certo la regola.
Negli anni ‘50 e ‘60: Gerry Hudson ed i tre oriundi di prima generazione, tutti marchigiani: Carmine Tucci, Alfredo Coletti e Charly Longarini.
Negli anni ‘70: Jiri Dolana, lo stesso Jarda Pavlu, Gerry Morin ed i fratelli Rudi e Gorazd Hiti.
Negli anni ‘80, inizialmente: Ron Chipperfield e John Bellio.
Gli “Assi di bastoni” provenivano da altre latitudini. Ma l’ossatura dei biancorossi, come di tutte le altre franchigie italiane, era rappresentata al 90-95 per cento da giocatori italiani, la maggior parte dei quali cresciuti nel vivaio della società di appartenenza.
Oggi il trend è radicalmente mutato. Vincono le logiche del mercato, quelle che orientano il tipo di spettacolo al quale l’utente vuole assistere. Non bastano più le ruspanti sfide di campanile coi vicini di casa, tanto in voga negli anni ‘80 e ‘90.
Anche se Bolzano e Pusteria rappresentano oggi la classica eccezione.
Se la competizione non rispetta determinati canoni, e soprattutto non è abbastanza avvincente, le arene non si riempiono.
Prova ne fu, nel 2013, il trasloco operato da Dieter Knoll. Che abbandonò un format di basso rilievo e scarsamente appetibile come la serie A dell’epoca. Per abbracciare una Lega molto più performante e competitiva. Con rientri economici di tutt’altro spessore.
La scelta obbligò Hockeytown ad un drastico cambio di rotta. Ed il suo settore giovanile accusò il colpo. Perché, per competere in Europa (sia in Champions Hockey League che in Ice Hockey League), il roster deve essere adeguato al livello delle avversarie. Non vi sono alternative.
Christian “Kiki” Timpone ha le idee molto chiare a riguardo.
“Negli anni Novanta fu data la colpa prima a Berlusconi – osserva Kiki -, poi alla legge Bosman, entrata in vigore nel dicembre del 1995. Il principale errore commesso dai club, in quegli anni, è stato quello di reperire sul mercato giocatori già pronti. Invece di crearli pazientemente, nella discrezione del proprio settore giovanile”.
Un esempio eclatante, in merito, fu la stagione 1996/‘97, quella della conquista del 14° scudetto, il terzo consecutivo per i biancorossi, durante la quale i giocatori di scuola straniera furono ben 23!
Sull’argomento interviene Patrick Timpone.
“40 anni fa, nei mesi estivi, papà Luigi si rese sempre disponibile ad organizzare camp giovanili di assoluto livello. Ai quali avrebbero partecipato sia i giocatori che i loro familiari. Specialmente in Repubblica Ceka, a Benešov. Due settimane di hockey intensivo, curate da un noto professore dello sport di Praga, Jozef Kaisr. All’inizio della sua carriera, anche Lucio Topatigh si rivolse a lui, allo scopo di migliorare la tecnica individuale”.
con Jozef Kaisr
Anche i fratelli Timpone, in gioventù, si misero doppiamente in gioco. E diedero un impulso importante alle rispettive carriere. Scegliendo di trascorrere un anno in Canada, a Calgary. Dove, ad accoglierli, ci sarebbe stato Severino Baseotto, padre di Bruno, ex giocatore di Bolzano e Devils e coach del settore giovanile dei Calgary Royals.
“Nel 1989 – ricorda Patrick – andai io. Cinque anni dopo, mio fratello”.
Quell’esperienza fu senza dubbio utile ad entrambi. In maglia biancorossa, nel ‘93-‘94 vinsero l’Alpenliga. E nella magica stagione ‘94-‘95, con Bob Manno sul pancone, con il Bolzano vinsero ancora sia lo scudetto che il Sei Nazioni. Poi le loro strade si separarono.
Patrick scelse di intraprendere avventure lontane da casa, rispettivamente a Milano ed Aosta (dove chiuse la carriera nel 2003).
Kiki invece collezionò 13 stagioni a Bolzano (due delle quali da capitano), impreziosite da altri quattro scudetti. Oltre ai quali, aggiunse quello conquistato a Merano, nel 1999. Smise definitivamente l’attrezzatura dopo una stagione spesa all’Ev Bozen, nel 2013.
Il 5 maggio 2016, moltissimi dei loro familiari si ritrovarono con grande entusiasmo. Fino a formare un’adunanza dai numeri veramente importanti. Decine e decine di persone, suddivise in ben tre generazioni. Una comunità nella comunità.
Il merito fu immancabilmente di Gigi, oramai avvezzo nella gestione dei gruppi numerosi. Fin dai tempi della Latemar. Quando si guadagnò con poco la stima e la fiducia delle persone.
Un uomo che avrebbe saputo come rendersi ancora utile. In favore della sua “nuova città”.
Ciao Gigi, riposa in pace…
