{"id":3628,"date":"2026-08-21T13:51:39","date_gmt":"2026-08-21T11:51:39","guid":{"rendered":"https:\/\/sito.hcbfans.net\/?page_id=3628"},"modified":"2026-08-21T14:33:06","modified_gmt":"2026-08-21T12:33:06","slug":"bolzano-una-citta-una-passione","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/sito.hcbfans.net\/?page_id=3628","title":{"rendered":"Bolzano, una citt\u00e0, una passione."},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-3629\" src=\"https:\/\/sito.hcbfans.net\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/96c98625-ae22-4a74-934f-9b59f2239a7d.png\" alt=\"\" width=\"1536\" height=\"1024\" srcset=\"https:\/\/sito.hcbfans.net\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/96c98625-ae22-4a74-934f-9b59f2239a7d.png 1536w, https:\/\/sito.hcbfans.net\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/96c98625-ae22-4a74-934f-9b59f2239a7d-300x200.png 300w, https:\/\/sito.hcbfans.net\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/96c98625-ae22-4a74-934f-9b59f2239a7d-1024x683.png 1024w, https:\/\/sito.hcbfans.net\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/96c98625-ae22-4a74-934f-9b59f2239a7d-768x512.png 768w, https:\/\/sito.hcbfans.net\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/96c98625-ae22-4a74-934f-9b59f2239a7d-128x85.png 128w, https:\/\/sito.hcbfans.net\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/96c98625-ae22-4a74-934f-9b59f2239a7d-32x21.png 32w\" sizes=\"auto, (max-width: 1536px) 100vw, 1536px\" \/><\/p>\n<blockquote><p>Quando l\u2019hockey non era ancora una squadra, ma una citt\u00e0 che imparava a pattinare<\/p><\/blockquote>\n<p>Ci sono citt\u00e0 nelle quali lo sport arriva come uno spettacolo. E poi ci sono citt\u00e0 nelle quali, lentamente, lo sport diventa parte del carattere della citt\u00e0 stessa. Bolzano appartiene alla seconda categoria. Prima ancora dei grandi palazzetti, dei campionati, degli stranieri, degli scudetti, delle coppe, delle trasferte e delle curve, c&#8217;erano il freddo, il ghiaccio e la voglia di giocare. E per capire davvero cosa rappresenti oggi l&#8217;hockey a Bolzano bisogna tornare a quando non esisteva ancora il ghiaccio artificiale, non c&#8217;erano le balaustre moderne, non esistevano i caschi come li conosciamo oggi e una partita poteva dipendere semplicemente da quanto fosse rigido l&#8217;inverno.\u00a0 Perch\u00e9 l&#8217;hockey bolzanino non \u00e8 nato dentro un palazzo. \u00c8 nato fuori.<\/p>\n<p><strong>Prima del Palaonda, prima di via Roma<\/strong><br \/>\nLa storia dell&#8217;hockey a Bolzano comincia nella seconda met\u00e0 degli anni Venti. Nel gennaio del 1927, l&#8217;iniziativa di alcuni appassionati porta l&#8217;hockey sul ghiaccio di Costalovara, sul Renon. Nello stesso periodo si cerca uno spazio anche pi\u00f9 vicino alla citt\u00e0: viene realizzato un campo nella zona di Campiglio, lontano dal centro e particolarmente favorevole perch\u00e9 durante l&#8217;inverno il sole vi arriva poco. Era un altro mondo. Il ghiaccio non si produceva. Si aspettava. La pista poteva essere delimitata da mucchi di neve. Il fondo doveva essere ripulito e lisciato continuamente. Le partite potevano essere condizionate dall&#8217;arrivo anticipato della primavera e, soprattutto, dal clima. Le prime cronache raccontano un hockey quasi irriconoscibile rispetto a quello di oggi: pattini da artistico, pochissime protezioni, camicie bianche e persino cravatte, mentre il regolamento conservava ancora elementi mutuati dal rugby. Non era ancora lo sport professionistico. Era una cosa da pionieri. E proprio per questo aveva qualcosa di profondamente bolzanino: bisognava arrangiarsi.<\/p>\n<p><strong>Il ghiaccio entra nella citt\u00e0<\/strong><br \/>\nIl problema era sempre lo stesso: trovare un luogo abbastanza freddo e abbastanza vicino alla citt\u00e0. Da Campiglio si passa a via Vintola e poi a via Marconi. Ma l&#8217;hockey rimane inevitabilmente legato alla stagione invernale. Alla fine si guarda verso la zona dei Piani, in un&#8217;area che non a caso viene chiamata &#8220;Siberia&#8221;. L\u00ec il freddo \u00e8 un alleato. E il ghiaccio diventa una presenza temporanea della citt\u00e0. \u00c8 difficile oggi immaginare cosa significasse andare a vedere una partita in quelle condizioni. Non c&#8217;erano ancora le comodit\u00e0 moderne: niente maxischermi, niente impianti riscaldati, niente musica sparata dagli altoparlanti. C&#8217;erano il freddo, il rumore dei pattini, le stecche, il ghiaccio e le persone ammassate intorno alla pista. Eppure il pubblico arrivava. Nel 1935 una cronaca dell&#8217;epoca racconta di 500 persone ammassate attorno al rettangolo ghiacciato per assistere a una partita. Cinquecento persone. Per un hockey ancora giovane. \u00c8 forse uno dei primi segnali di quella che sarebbe diventata una delle caratteristiche pi\u00f9 forti dell&#8217;hockey bolzanino: la gente.<\/p>\n<p><strong>Un hockey che attraversa anche la guerra<\/strong><br \/>\nPoi arriva la guerra. E come tutto ci\u00f2 che riguarda la vita quotidiana, anche lo sport viene travolto dagli eventi. L&#8217;attivit\u00e0 hockeistica bolzanina si interrompe e il movimento riprende soltanto nel dopoguerra, passando anche attraverso la Polisportiva Alto Adige prima della rinascita dell&#8217;Hockey Club Bolzano nel 1948. Ma c&#8217;\u00e8 un aspetto interessante. L&#8217;hockey di quegli anni non era ancora percepito come una realt\u00e0 separata dalla citt\u00e0. I giocatori erano ragazzi bolzanini. Le piste erano luoghi della citt\u00e0. Gli spettatori erano cittadini. E la composizione stessa del movimento sportivo rispecchiava una Bolzano nella quale convivevano culture e lingue diverse. Questa caratteristica sarebbe rimasta una delle peculiarit\u00e0 dell&#8217;hockey bolzanino per decenni.<\/p>\n<p><strong>1953: il ghiaccio diventa una casa<\/strong><br \/>\nIl vero punto di svolta arriva il 7 novembre 1953. Alla Fiera di Bolzano viene inaugurato il nuovo impianto artificiale nel Padiglione 1. Nasce il Palazzo del Ghiaccio di via Roma. Il Palafiera. Ed \u00e8 qui che l&#8217;hockey smette definitivamente di essere soltanto uno sport legato all&#8217;inverno. Per quarant&#8217;anni quel luogo diventer\u00e0 molto pi\u00f9 di una pista. Diventer\u00e0 un pezzo della citt\u00e0. Il ghiaccio artificiale cambia tutto. Non bisogna pi\u00f9 aspettare che la temperatura faccia il proprio lavoro. Si pu\u00f2 programmare. Allenarsi. Giocare. Costruire una stagione. Costruire una generazione. E soprattutto, ritrovarsi.<\/p>\n<p>Il Palafiera diventa un luogo frequentato da generazioni di bolzanini, non soltanto per l&#8217;hockey ma anche per il pattinaggio. La stessa memoria istituzionale della Provincia lo descrive come un vero punto di ritrovo per intere generazioni. \u00c8 qui che nasce una parte fondamentale della memoria collettiva dell&#8217;hockey bolzanino. Via Roma era dentro la citt\u00e0. Questa \u00e8 forse la differenza pi\u00f9 importante tra l&#8217;hockey di ieri e quello di oggi. Il Palaghiaccio era in via Roma. Non fuori citt\u00e0. Non in una grande area sportiva periferica. Era dentro la vita quotidiana dei bolzanini. Per generazioni bastava uscire di casa, prendere la bicicletta, fare qualche passo o salire su un autobus per arrivare al ghiaccio. E questo contribu\u00ec a creare un rapporto particolare tra la citt\u00e0 e l&#8217;hockey. Il palazzo non era soltanto il luogo dove si giocava. Era un luogo di appartenenza. Le generazioni si sovrapponevano. Il padre portava il figlio. Il figlio diventava tifoso. Il tifoso diventava abbonato. E magari, qualche anno dopo, portava a sua volta il proprio figlio. \u00c8 cos\u00ec che una squadra smette di essere semplicemente una squadra. Diventa una tradizione familiare.<\/p>\n<p><strong>Quando Bolzano impar\u00f2 a vivere di hockey<\/strong><br \/>\nGli anni Sessanta, Settanta e Ottanta trasformano definitivamente l&#8217;hockey in una delle grandi passioni sportive della citt\u00e0. Bolzano entra stabilmente nell&#8217;\u00e9lite nazionale. Arrivano gli scudetti. Arrivano i grandi giocatori. Arrivano le rivalit\u00e0. E soprattutto arrivano le trasferte. L&#8217;hockey altoatesino diventa quasi un campionato nel campionato: Bolzano, Gardena, Merano e le altre realt\u00e0 della provincia si confrontano continuamente con le grandi squadre italiane. La storia del campionato italiano racconta proprio questa trasformazione: dopo il dominio iniziale delle squadre milanesi, dagli anni Sessanta l&#8217;asse dell&#8217;hockey italiano si sposta progressivamente verso le citt\u00e0 e le localit\u00e0 alpine, con Bolzano protagonista insieme a Cortina, Gardena e Merano. Ma per i bolzanini non era una questione di statistiche. Era orgoglio cittadino.<\/p>\n<p><strong>Il derby non era soltanto una partita<\/strong><br \/>\nQuando arrivavano le squadre altoatesine, il ghiaccio cambiava significato. Gardena. Merano. Renon. Poi le grandi squadre italiane. E soprattutto Milano. Perch\u00e9 Milano rappresentava qualcosa di diverso. Era la grande citt\u00e0. Era l&#8217;avversario storico. Era il viaggio. Era la trasferta. Era la possibilit\u00e0 di dimostrare che una citt\u00e0 di montagna poteva stare allo stesso tavolo delle grandi realt\u00e0 dell&#8217;hockey italiano. E cos\u00ec nacque anche una cultura del tifo che, con il passare degli anni, sarebbe diventata sempre pi\u00f9 particolare.<\/p>\n<p><strong>La curva: quando il pubblico diventa protagonista<\/strong><br \/>\nL&#8217;hockey di Bolzano non ha mai avuto soltanto spettatori. Ha avuto tifosi. E poi ha avuto la curva. E la curva ha avuto le sue generazioni. Fedayn. Mele Marce. Ultras 1991. Nene &amp; Michi. Figli di Bolzano. Nomi diversi, epoche diverse, ma la stessa idea: il pubblico non voleva limitarsi a guardare la partita. Voleva farne parte.<\/p>\n<p>Le Mele Marce, in particolare, hanno rappresentato una parte importante del tifo organizzato bolzanino negli anni Novanta e nei primi anni successivi; dopo la loro esperienza arrivarono gli Ultras 1991, prima della successiva evoluzione della curva. Sono cambiate le generazioni, sono cambiati gli striscioni, sono cambiate le mode. Ma sono rimasti i tamburi. I cori. Le bandiere. Le coreografie. E quella maniera molto bolzanina di vivere la partita. Non soltanto guardare. Ma partecipare.<\/p>\n<p><strong>Una curva diversa da quella del calcio<\/strong><br \/>\nC&#8217;\u00e8 una cosa che rende particolarmente interessante il fenomeno bolzanino. L&#8217;hockey ha sviluppato una cultura da curva molto simile a quella calcistica, pur essendo uno sport che in Italia raramente ha raggiunto questo tipo di coinvolgimento. Le testimonianze sulla tifoseria bolzanina raccontano di coreografie, trasferte organizzate e un tifo continuo durante la partita. E proprio questa atmosfera \u00e8 diventata parte dell&#8217;identit\u00e0 della citt\u00e0. Il giocatore che arriva da fuori Bolzano se ne accorge immediatamente. Il ghiaccio pu\u00f2 essere lo stesso. Le regole possono essere le stesse. Ma quando parte la curva del Palaonda, l&#8217;ambiente non \u00e8 pi\u00f9 quello di una normale partita di hockey.<\/p>\n<p><strong>Il Palaonda: la citt\u00e0 cambia, l&#8217;hockey cambia<\/strong><br \/>\nPoi arriva il 1994. E arriva il Palaonda. Costruito per i Mondiali di hockey di quell&#8217;anno, il nuovo impianto sostituisce il vecchio Palafiera e porta l&#8217;hockey bolzanino in una dimensione completamente diversa. \u00c8 una modernizzazione necessaria. Ma \u00e8 anche una piccola rivoluzione urbana. Perch\u00e9 per la prima volta l&#8217;hockey si allontana dal luogo nel quale era cresciuto. Il vecchio Palaghiaccio di via Roma era dentro il tessuto quotidiano della citt\u00e0. Il Palaonda \u00e8 pi\u00f9 grande. Pi\u00f9 moderno. Pi\u00f9 spettacolare. Ma anche pi\u00f9 distante. \u00c8 una trasformazione che ancora oggi viene ricordata come uno degli elementi che hanno modificato il rapporto tra hockey e citt\u00e0. \u00c8 quasi un paradosso. L&#8217;hockey cresce, ma contemporaneamente perde un po&#8217; della sua vecchia casa.<\/p>\n<p><strong>Gli anni d&#8217;oro<\/strong><br \/>\nEppure il trasferimento non spegne la passione. Anzi.\u00a0Gli anni Novanta portano alcuni dei momenti pi\u00f9 importanti nella storia sportiva di Bolzano.\u00a0Dal 1995 al 2000 arrivano cinque scudetti in sei anni e il Bolzano raggiunge quota sedici titoli nazionali. Ma ancora una volta, la cosa interessante non sono soltanto i trofei. Sono le immagini. Le file.\u00a0I biglietti.\u00a0Le trasferte.\u00a0Le famiglie. I bambini con la sciarpa. Le radio. I giornali locali. Le discussioni al bar il giorno dopo. I giocatori che diventano personaggi. E il Palaonda che, partita dopo partita, diventa un&#8217;altra casa. Quando la citt\u00e0 si innamor\u00f2 anche dei giocatori. Ogni generazione ha i propri eroi. Non necessariamente i pi\u00f9 forti. Quelli che hanno rappresentato qualcosa. Quelli che erano l\u00ec quando il tifoso era bambino. Quelli che hanno segnato il gol che ancora oggi viene raccontato. Quelli che hanno giocato con una spalla malandata. Quelli che sono rimasti quando avrebbero potuto andare via.<\/p>\n<p>\u00c8 per questo che la memoria dell&#8217;hockey bolzanino non \u00e8 fatta soltanto di coppe. \u00c8 fatta di facce. Di voci. Di soprannomi. Di numeri di maglia. Di fotografie appese in casa. Di racconti che passano da una generazione all&#8217;altra. L&#8217;evento All Stars del 2007, per esempio, port\u00f2 oltre 5.000 persone al Palaonda per rivedere sul ghiaccio tanti protagonisti del passato. La curva accompagn\u00f2 la serata con uno striscione che riassumeva perfettamente questo rapporto tra memoria e tifo: voi avete scritto la storia, noi l&#8217;abbiamo vissuta. \u00c8 una frase che potrebbe essere utilizzata come manifesto dell&#8217;hockey bolzanino.<\/p>\n<p><strong>Poi qualcosa si spegne<\/strong><br \/>\nOgni storia ha anche i suoi periodi difficili. Negli anni Duemila l&#8217;hockey italiano perde progressivamente parte della propria forza. Bolzano continua a essere una realt\u00e0 importante, ma il pubblico cala. Il movimento perde parte dell&#8217;entusiasmo di un tempo. Nel 2013 la situazione diventa particolarmente delicata: la presenza allo stadio \u00e8 molto bassa e la passione cittadina sembra essersi raffreddata. \u00c8 una fase importante da ricordare perch\u00e9 dimostra una cosa. La tradizione non \u00e8 eterna per diritto acquisito. Pu\u00f2 spegnersi. Pu\u00f2 diventare nostalgia. Pu\u00f2 rimanere confinata nei ricordi di chi ha vissuto via Roma. E allora arriva una scelta destinata a cambiare ancora una volta il rapporto tra Bolzano e l&#8217;hockey.<\/p>\n<p><strong>2013: Bolzano torna a guardare oltre le montagne<\/strong><br \/>\nL&#8217;ingresso nella lega mitteleuropea cambia nuovamente il panorama. Non \u00e8 pi\u00f9 soltanto il campionato italiano.\u00a0Arrivano Vienna.\u00a0Salisburgo.\u00a0Klagenfurt.\u00a0Graz.\u00a0Lubiana. Zagabria. Innsbruck. Bratislava. L&#8217;hockey torna a essere internazionale. E Bolzano scopre di avere una collocazione geografica perfetta per questo tipo di sport. Bolzano non \u00e8 periferia. \u00c8 nel cuore dell&#8217;Europa centrale. Quello che per decenni era sembrato un confine diventa improvvisamente un vantaggio.<\/p>\n<p><strong>E poi arriva il 2014<\/strong><br \/>\nQui la storia diventa quasi cinematografica. Una squadra che soltanto pochi mesi prima rischiava di perdere parte del proprio pubblico entra in una lega mitteleuropea.\u00a0E arriva fino alla finale. Salisburgo. La trasferta. Il gol decisivo. L&#8217;esplosione. A Bolzano, centinaia di tifosi si radunano davanti ai maxischermi. Poi la festa. Piazza Walther. Migliaia di persone. Il corteo della curva. La citt\u00e0 che torna a vestirsi di biancorosso. Quella sera non fu semplicemente la festa di una squadra. Fu una delle dimostrazioni pi\u00f9 evidenti di quanto l&#8217;hockey fosse ancora profondamente radicato nella memoria collettiva della citt\u00e0. Hockeytown.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;hockey come lingua comune<\/strong><br \/>\nEd \u00e8 forse questo l&#8217;aspetto pi\u00f9 interessante dell&#8217;hockey bolzanino. Bolzano \u00e8 una citt\u00e0 particolare. Italiano. Tedesco. Lingue diverse. Storie diverse. Identit\u00e0 diverse. L&#8217;hockey, invece, pu\u00f2 diventare una lingua comune. Nel 2024, durante i Mondiali Divisione I disputati a Bolzano, la citt\u00e0 ne ha avuto una dimostrazione spettacolare. Tifosi provenienti da diversi Paesi hanno riempito le strade e le strutture intorno al Palaonda\/Sparkasse Arena. Gruppi di tifosi stranieri hanno trasformato la citt\u00e0 in una piccola capitale internazionale dell&#8217;hockey. E questo \u00e8 forse il modo migliore per spiegare cosa sia diventata Bolzano attraverso l&#8217;hockey. Una citt\u00e0 italiana. Una citt\u00e0 altoatesina. Una citt\u00e0 mitteleuropea. E, per qualche giorno, una citt\u00e0 dell&#8217;hockey europeo.<\/p>\n<p><strong>La curva oggi<\/strong><br \/>\nNel frattempo anche il tifo ha continuato a cambiare. Oggi i Figli di Bolzano rappresentano la parte pi\u00f9 visibile della tifoseria organizzata. Coreografie. Cori. Trasferte. Striscioni. Cortei. La curva \u00e8 diventata un elemento dello spettacolo. Nel 2024, durante i Mondiali, la tifoseria bolzanina ha realizzato coreografie particolarmente apprezzate, dimostrando come una cultura da curva fortemente radicata nel calcio possa essere trasferita anche all&#8217;interno di un palazzetto del ghiaccio. E nel 2024, dopo la stagione, il corteo della curva insieme alla squadra ha attraversato nuovamente la citt\u00e0, collegando simbolicamente la Sparkasse Arena alla Fiera di Bolzano. \u00c8 un dettaglio importante. Perch\u00e9 il corteo riporta fisicamente l&#8217;hockey nella citt\u00e0. Quasi come se, dopo tanti anni, il ghiaccio tornasse a camminare per le strade.<\/p>\n<p><strong>Non \u00e8 sempre stato tutto bello<\/strong><br \/>\nRaccontare questa storia significa per\u00f2 raccontarla tutta. Anche il tifo organizzato ha avuto i suoi lati pi\u00f9 controversi. Gli anni delle curve hanno conosciuto tensioni, rivalit\u00e0 e anche episodi che nulla avevano a che fare con lo sport. E nel 2025 la citt\u00e0 \u00e8 stata nuovamente al centro di episodi violenti legati a tifosi ospiti durante un torneo internazionale estivo alla Sparkasse Arena; nel 2026 sono stati emessi 29 Daspo di tre anni nei confronti di altrettanti tifosi svizzeri coinvolti negli incidenti. \u00c8 una parte meno romantica della storia. Ma anche questa fa parte del fenomeno. Perch\u00e9 quando uno sport diventa identit\u00e0, la passione pu\u00f2 essere potentissima. E proprio per questo deve essere accompagnata dal senso di responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>E oggi?<\/strong><br \/>\nOggi Bolzano ha un&#8217;arena moderna, una squadra che gioca in un campionato internazionale, una tifoseria organizzata riconoscibile e una tradizione che attraversa quasi un secolo. Ma la cosa pi\u00f9 importante non \u00e8 il numero degli scudetti. Non \u00e8 il nome della lega. Non sono nemmeno i grandi giocatori arrivati da Canada, Stati Uniti, Finlandia, Svezia, Repubblica Ceca o Austria. La cosa pi\u00f9 importante \u00e8 che, a Bolzano, l&#8217;hockey ha una memoria. C&#8217;\u00e8 chi ricorda il ghiaccio naturale. Chi ricorda Campiglio. Chi ricorda la &#8220;Siberia&#8221;. Chi ha pattinato in via Roma. Chi ricorda il rumore delle balaustre del Palafiera. Chi ha visto nascere il Palaonda. Chi ha seguito le trasferte degli anni Novanta. Chi ha cantato nella curva delle Mele Marce. Chi ha passato anni con gli Ultras 1991.\u00a0Chi oggi canta con i Figli di Bolzano. E poi ci sono i bambini che oggi guardano una partita senza sapere che, prima di loro, migliaia di persone hanno fatto esattamente la stessa cosa.<\/p>\n<p><strong>Dal ghiaccio naturale alla citt\u00e0 dell&#8217;hockey<\/strong><br \/>\nForse, alla fine, la storia dell&#8217;hockey a Bolzano pu\u00f2 essere raccontata attraverso i suoi luoghi. Costalovara. Il luogo dei pionieri. Campiglio. Il primo vero campo cittadino. Via Vintola e via Marconi. Le piste di una citt\u00e0 che cercava il proprio spazio. La &#8220;Siberia&#8221;. Il freddo come alleato. Via Roma.\u00a0Il Palafiera, la casa di generazioni. Il Palaonda. La modernit\u00e0, i Mondiali, le grandi sfide internazionali. La Sparkasse Arena. Il presente. Ma c&#8217;\u00e8 anche un altro luogo. Quello che non compare sulle mappe. \u00c8 fatto di bar, scuole, autobus, piazze, negozi, famiglie, giornali, fotografie e ricordi. \u00c8 l\u00ec che l&#8217;hockey ha realmente vissuto. Perch\u00e9 l&#8217;hockey bolzanino non \u00e8 nato quando qualcuno ha fondato una societ\u00e0. \u00c8 nato quando alcuni bolzanini hanno deciso di mettere i pattini sul ghiaccio. E non \u00e8 mai veramente finito. Forse \u00e8 proprio questo il vero &#8220;Cuore Bolzanino&#8221; Non una coppa. Non una maglia. Non un giocatore. Non uno striscione. Ma la continuit\u00e0.<\/p>\n<p>Quella cosa strana per cui un bambino che oggi entra alla Sparkasse Arena pu\u00f2 avere qualcosa in comune con un uomo che, novant&#8217;anni prima, guardava una partita attorno a una pista ghiacciata delimitata dalla neve. Due persone che probabilmente non si sarebbero mai incontrate. Due epoche completamente diverse. Due hockey completamente diversi. Eppure la stessa emozione. Il disco che cade sul ghiaccio. Il rumore dei pattini. Il pubblico che si alza. E Bolzano che, per qualche ora, torna a essere una citt\u00e0 dell&#8217;hockey. Perch\u00e9 prima ancora di avere una squadra da tifare, Bolzano aveva un ghiaccio da vivere.<\/p>\n<p><em>Fonti principali utilizzate per la ricostruzione storica: Provincia autonoma di Bolzano, archivio Claudia Augusta, documentazione storica sul Palafiera e sul movimento hockeistico altoatesino, fonti giornalistiche locali e testimonianze sulla storia del tifo organizzato.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando l\u2019hockey non era ancora una squadra, ma una citt\u00e0 che imparava a pattinare Ci sono citt\u00e0 nelle quali lo sport arriva come uno spettacolo. E poi ci sono citt\u00e0 nelle quali, lentamente, lo sport diventa parte del carattere della citt\u00e0 stessa. Bolzano appartiene alla seconda categoria. 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